Film del: 1977
Genere: Drammatico
Durata: 165 minuti
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Voto medio: 8,00
Recensione del film: L'Uomo di Marmo
Agnieszka è una giovane studentessa in cerca di idee per il suo diploma di regia. Il produttore le consiglia di girare intorno alle acciaierie di Nowa Huta, ma la ragazza, prendendo spunto da una rimossa statua di marmo di Andrea Birkut, decide di ripercorrere l’ascesa il volo ed il crollo di un operaio pluripremiato, condannato per trame ai danni dello sviluppo della Polonia ed infine riabilitato all’uscita dello stretto tunnel Staliniano. Nessuno sa che fine ha fatto l’eroe, ma Agnieszka ricostruisce la sua parabola partendo dal materiale tagliato dai cinegiornali di venticinque anni prima, con l’aiuto di una operaia della pellicola, contenta di ridare luce a pezzi di storia troppo prematuramente accantonati. La storia si dipana con l’aiuto dei racconti di coloro che furono a stretto contatto con il compagno Birkut. Il regista che organizzò e riprese il suo record di 30509 mattoni messi in un giorno solo, il delegato governativo che lo seguiva in tutte le sue visite dimostrative tra cantieri e riunioni sindacali, l’amico condannato prima di lui per spionaggio, la moglie con la quale in realtà non s’era mai sposato, fino ad arrivare al figlio che ne conserva la memoria e che con la sua apparizione consente , forse, alla intraprendente studentessa, di allargare le maglie della censura e portare a termine il suo film.
La storia che viene fuori da incontri, interviste e flashback, è quella di un contadino strappato alla terra ed invitato a lavorare con dedizione alla costruzione di case. Birkut crede che la sua velocità possa rappresentare uno stimolo per gli altri, e consentire in breve, a tutti i suoi connazionali di avere una casa. Oggetto di un attentato, durante una dimostrazione gli viene passato un mattone incandescente che gli ustiona entrambi le mani, cambia vita e comincia la carriera rappresentativa. Si occupa di far avere una casa a chi ne ha bisogno, entra nel sindacato, continua a credere nello stato finchè il suo compagno di lavoro non sparisce, accusato di voler frenare lo sviluppo del paese. Birkut non accetta la prepotenza del partito e si mette sulle tracce dell’amico, seguendo il suo destino fino a farsi condannare per complicità in un assurdo processo, nel quale dichiara di essere il fiancheggiatore del suo amico attentatore, e per rimanere in famiglia si era offerto di diventare vittima del sabotaggio da lui stesso organizzato.
Scarcerato e riabilitato insieme al suo amico, sceglie la via del ritorno, piuttosto che cavalcare il successo riservato a coloro i quali, una volta considerati traditori, sono ora martiri ed oggetto di consenso e potere. Trova la moglie ma non riesce a ricondurla con se, si mette sulle tracce del figlio e sparisce dalla cronaca, lasciando la nostra indefessa regista con una storia senza fine e con un taglio netto ai fondi.
Il figlio, interpretato dallo stesso attore, sarà la testimonianza vivente della rettitudine del padre, e porterà la sua bandiera al di là dell’oppressione staliniana, fiancheggiando il leader di Solidarnosh nel film di Wadja dell’81, l’uomo di ferro. Il regista polacco Andrzej Wadja, oscar alla carriera nel 2000, gira nel ’76 un film pronto fin dal 1963. Denuncia la mistificazione della propaganda socialista, la mancanza di coerenza della giustizia, l’oppressione dell’Unione Sovietica rappresentata dalle acciaierie di Katovice e Nowa Huta, che nel film evocano la figura del dittatore Stalin ( acciaio in russo). La tecnica di ripresa sembra anticipare alcune delle regole di Von Trier, camera a mano, come richiesto espressamente dalla protagonista all’anziano operatore in cerca di stabilità da treppiedi. Il documentario, a volte esplicito, cede spesso il passo alla ricostruzione dei sentimenti raccontati attraverso fatti dalla quale realtà storica non si può prescindere. Una illuminata pellicola anticipatrice di tematiche e stili riscontrabili, politicamente e cinematograficamente, ancora oggi.