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Hahithalfut

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FESTIVAL

Festival di Venezia 2011
Concorso

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Hahithalfut

(Hahithalfut)

Film del: 2011     Genere: Drammatico
Durata: 115 minuti   


Certo, l’autore non avrà il medesimo senso straordinario di tempo e spazio posseduto da un maestro come Michelangelo Antonioni, ma Kolirin possiede la stessa tensione intimista volta a screditare una visione di tipo consueta.


Trama:

Un giorno a lavoro il dottorando Oded scopre di aver dimenticato alcuni documenti a casa, così decide di tornare all’abitazione per riprenderli. È l’inizio della fine: la soglia di interessamento di Oded nei confronti della realtà fenomenica si innalza a dismisura, mentre i gesti abituali della vita quotidiana perdono di significato. L’uomo inizia a non andare più a lavoro e a pedinare qualsiasi persona gli capiti sotto tiro, preferibilmente la moglie.



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Recensione del film: Hahithalfut

Era il 1968 quando Marco Ferreri con Dillinger è morto puntava a dirigere un manifesto programmatico sull’alienazione umana della società occidentale. A Venezia ’68, invece, è il regista israeliano Eran Kolirin a fare irruzione con Hahithalfut nel campo dell’annullamento totale dell’individualità. In questa sua seconda opera, la fondamentale alienazione del dottorando Oded fa sì che lui non sia più lo stesso, ma un’altra persona. L’uomo è così coinvolto in un salto di paradigma: un’interdizione sistematica lo porta a non riprendere la vita di prima, per misurarsi nello spazio circostante come se tutto il suo essere fosse ridotto a un paio di occhi. Questa nuova esigenza fisiologica che lo porta anche ad accarezzare la curva degli oggetti, lo rende letteralmente impotente. Se non bastasse, Oded è anche pronto a rifiutare e a ripudiare la comunicazione con i propri simili, compresa la moglie. Se poi a volte nella vita basta un complice a rendere tutto più semplice, ecco che il giovane lo trova in un altro soggetto con un meccanismo di fissazione analogo al suo. La parentesi più interessante dell’intero film si colloca pressappoco qui: nell’attimo stesso in cui l’abulia voyeuristica del protagonista e del suo socio conduce alla volontà di non prestare aiuto neppure a un parente colpito da un infarto.

Figlio del panorama nouvelle vague del cinema israeliano contemporaneo, Hahithalfut può dialogare probabilmente solo con una cerchia molto ristretta di pubblico, dato un regime rappresentazionale passivo. Altrimenti, la classica goccia che fa traboccare il vaso della pazienza del comune spettatore giunge già nei primi quindici minuti di proiezione. Il regista de La banda predilige per questa pellicola panoramiche orizzontali e verticali, campi lunghi e momenti morti, giacché quello che Hahithalfut vuole mostrare non è altro che il tempo della verifica e della scoperta. In un progetto cinematografico come questo anche la dimensione spaziale partecipa alle esigenze del protagonista. Certo, l’autore non avrà il medesimo senso straordinario di tempo e spazio posseduto da un maestro come Michelangelo Antonioni, ma Kolirin possiede la stessa tensione intimista volta a screditare una visione di tipo consueta.

L’inespressiva mimica facciale dell’attore Rotem Keinan cade assolutamente a fagiolo, quando deve dare volto e corpo a uno come Oded di continuo esterrefatto da quello che lo circonda. Non manca una certa dose d’ironia in questa pellicola che solleva un’atmosfera di non sense allegorico e, al contempo, grottesco. Un’opera concreta nel suo essere profondamente astratta.

(Maria Cristina Caponi)



Cast

    Sharon Tal

    Dov Navon

    Rotem Keinan

Dati Tecnici

Nazione

 

Israele

Regia

 

Eran Kolirin

Sceneggiatura

 

Eran Kolirin

Fotografia:

 

Shai Goldman

Produzione:

 

July August Productions / Pandora Films

Distribuzione:

 

Pandora

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GALLERIA FOTOGRAFICA
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