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Oranges and Sunshine

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FESTIVAL

Festival Internazionale del Film di Roma 2010
Selezione Ufficiale

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Oranges and Sunshine

(Oranges and Sunshine)

Film del: 2010     Genere: Drammatico


Emily Watson fisicizza con straordinaria credibilità la figura di donna coraggiosamente normale


Trama:

Ispirato ad uno degli scandali più recenti della storia inglese, il film narra la storia di Margaret Humphreys, assistente sociale di Nottingham, che ha saputo svelare un segreto nascosto per anni dal governo britannico: 130.000 bambini inglesi indigenti inviati all'estero, nei paesi del Commonwealth e principalmente in Australia dal 1920 al 1960.



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Recensione del film: Oranges and Sunshine

Tra il 1930 e il 1970 quasi trentamila bambini - orfani, indigenti, figli nati al di fuori del matrimonio - affidati alla tutela del governo inglese, vennero deportati dall’Inghilterra in Australia. Ufficialmente per offrirgli una nuova vita, una vita migliore - la promessa delle arance e del sole. Una volta giunti dall’altra parte del mondo i bambini venivano costretti a lavorare per gli istituti stessi che li accoglievano, molti di loro subivano abusi fisici e psicologici.
È su questo episodio scomodo e dimenticato della storia recente che fa luce Oranges and Sunshine, primo lungometraggio dell’inglese Jim Loach, in concorso al V Festival del Cinema di Roma. Lo sguardo di Margaret Humphreys, l’assistente sociale di Nottingham che cominciò quasi per caso ad indagare sulle storie dei “bambini perduti dell’Impero” fino ad ottenere l’attenzione delle autorità governative sulla vicenda, diventa lo sguardo dello spettatore. Il suo coinvolgimento progressivo nelle vicende di questi adulti senza un passato coincide con il crescendo d’intensità emotiva del film, che si apre quasi come un legal thriller fra uffici, funzionari reticenti, documenti perduti o nascosti e acquista nel suo farsi un respiro più epico e insieme più intimo. C’è una tematica di difficile attualità, quella degli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica, e c’è una tematica più sotterranea che è quella del ruolo dello stato nella gestione dei “meno privilegiati”. Eppure Loach sceglie di uscire dalle strettoie del film didattico o di mera denuncia sociale e lascia che sia la forza delle storie individuali a far emergere l’accusa. I bambini invisibili sono solo nomi in principio, solo lettere che arrivano sempre più numerose a Margaret per chiederle di ricostruire un passato che è stato espropriato. Poi i nomi si fanno volti in primo piano, si fanno parole dette e parole impossibili da pronunciare, racconti che si arrestano perché non riescono a dire il dolore e le violenze subite. “Volevamo evitare il vittimismo, perché non era quella la nostra esperienza con i bambini migranti che abbiamo incontrato. Avevano mostrato una dignità sbalorditiva”, ha detto il regista. E coerentemente, il film dà voce a questi bambini divenuti adulti, alle loro storie di identità negate e di deserti affettivi senza forzare la mano, misuratamente.
La stessa ricerca di essenzialità prevale nell’immagine: non c’è volontà di ricostruire esteticamente un periodo, nessun elemento che distragga dalla narrazione. Così come non c’è vero scarto nello spostamento continuo fra Nottingham e Perth, che poteva farsi facile variazione luminosa e cromatica e che viene invece riassorbito in un realismo che è innanzitutto assenza di atmosfera. Loach si affida ai personaggi, all’intensità dei rapporti che li legano e alla capacità di dire, in pochi gesti, questi rapporti. Al centro ovviamente Margaret, di cui Emily Watson fisicizza con straordinaria credibilità la figura di donna coraggiosamente normale, eroina suo malgrado che paga un prezzo altissimo per restituire ai bambini perduti quello che in fondo sa che non potrà mai essergli restituito. Se lei cerca di guidarli verso il riconoscimento della propria storia e il recupero forse impossibile della propria identità, sono insieme loro ad obbligare lei a non chiudere gli occhi davanti al male, ad avere il coraggio di guardarlo in faccia. E la sintesi esemplare del percorso di Margaret e dello spettatore è l’arrivo a questo monolito in mezzo al nulla che è il collegio di Bindoon, con la sua bellezza terribile eretta pietra su pietra dalle braccia dei bambini, e la parola “fratelli” a risuonare sinistra nel silenzio del refettorio.

(Emanuela Sarnà)



Cast

David Wenham   David Wenham
(45 anni circa in questo film)

Emily Watson   Emily Watson
(43 anni circa in questo film)

... Margaret Humphreys

Hugo Weaving   Hugo Weaving
(50 anni circa in questo film)

Dati Tecnici

Nazione

 

Australia / Regno Unito

Regia

 

Jim Loach

Sceneggiatura

 

Rona Munro

Fotografia:

 

Denson Baker

Colonna Sonora

 

Lisa Gerrard

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GALLERIA FOTOGRAFICA
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