Recensione del film: There Will Be Blood - Il Petroliere
Per chi crede che le fondamenta degli Stati Uniti siano state costruite da self-made men che con il duro lavoro hanno reso glorioso il nome del Paese a stelle e strisce in tutto il mondo, allora Il Petroliere fa proprio al caso loro.
Forse il titolo originale, There Will Be Blood (Scorrerà il sangue) rende meglio la storia di un uomo che partito dal niente (minatore) arriva ad essere potentissimo. Ma, come al solito, non sono tutte rose e fiori.
Il nuovo film di Paul Thomas Anderson, che già ci aveva favorevolmente impressionato con una cifra stilistica tutta sua, è un amarissimo affresco sulle conseguenze della forza del dio denaro. A parte un Daniel Day-Lewis che, probabilmente, vincerà l’Oscar a spasso (è veramente eccezionale!), a parte Paul Dano che si sarebbe meritato perlomeno la nomination, a parte una grandissima regia ed una altrettanto grande fotografia, il vero fascino del film forse risiede nell’intento morale del racconto.
Intento morale che, paradossalmente, neanche c’è (il finale spiazzante dice tutto), ma che per l’intera durata della storia sembra, da sotto, voler prendere violentemente il sopravvento. Questa è la storia di un uomo senza scrupoli e di un altro uomo il cui intento è creare scrupoli agli altri, in maniera fin troppo “cattiva”. E’ una storia sul potere di persuasione e sulla comunità che, cieca, si lascia persuadere. E’ una storia, infine, buona allora come adesso. Anche oggi il petrolio consente la ricchezza (di pochi) attraverso una violenza inaudita (ve li ricordate quelli dello slogan Blood for oil?) e anche oggi, non solo negli Stati Uniti, si fa uso della religione per scopi prettamente economici (e’ possibile che nel XX secolo del film e nel XXI nostro, ci sia ancora qualcuno che crede a ‘sti buffoni?).
E alla fine sembra, quindi, che i due personaggi principali del film assumano il valore di simboli, purtroppo, eterni. Tant’è che in certi momenti la figura del predicatore sembra quasi perdere sembianze terrene per diventare una proiezione dell’inconscio. Nel suo modo di raccontare, lentissimo ma straordinariamente efficace (altrettanto efficace la colonna sonora di Jonny Greenwood dei Radiohead), Anderson riesce a descriverci il male che è sempre in agguato e allo stesso tempo, persino con tratti surreali, ci fa vedere l’immagine terribile di un uomo che, soltanto per colpa sua, è “costretto” a vivere da solo, malgrado tutto quello che la vita gli ha dato. E allora ci sembra che quelle fondamenta di cui parlavamo all’inizio non siano così forti. Anzi, si stanno sgretolando sempre di più.
(Renato Massaccesi)
Curiosità:
Il film è candidato a 8 Oscar.
La madre di Dillon Fraser per decidere se far parteciapre il figlio alle riprese ha voluto conoscere meglio i lavori di Daniel Day-Lewis, ma dopo aver visto Gangs of New York era rimasta shockata, allora la produzione gli ha prontamente inviato L'Età dell'Innocenza.
Daniel Day-Lewis ha accettato di fare il film solo perché aveva apprezzato Ubriaco d'Amore.
La prima frase del film viene pronunciata solo dopo più di 11 minuti.