Film del: 2007
Genere: Drammatico / Poliziesco
Durata: 153 minuti Uscito al cinema il: 27/06/2008
Trama:
12 giurati di varia estrazione sociale e con diversi percorsi di vita si riuniscono per decidere della sorte di un adolescente ceceno accusato di omicidio di primo grado per l’assassinio del patrigno, ex ufficiale di Spetsnaz coinvolto nelle operazioni in Cecenia. emake della Parola ai giurati
A cinquant’anni di distanza dal brillante esordio alla regia di Sidney Lumet è la seconda volta che viene proposto per il grande schermo (il film del 1997 era per la TV) il “dramma da camera” che vedeva i giurati di un processo per omicidio discutere in maniera violenta per stabilire il fato dell’accusato. L’opera che aveva visto Henry Fonda nella parte di giurato coscienzioso viene però stavolta portata a Mosca, luogo in cui guadagna specificità proprie. Gli elementi probatori discussi, l’arma del delitto, le testimonianze, le circostanze fattuali restano immutate, Mikhalkov però mette il dito sul nervo scoperto della Russia di oggi: la guerra in Cecenia.
Quindi il conflitto rappresentato in questa pellicola non è più lo scontro fra anglosassoni bianchi ed ispanoamericani, bensì fra russi “veri” e le popolazioni fin troppo spesso di “serie B” dell’ex arcipelago sovietico. L’aggravante del caso è data dal fatto che l’imputato, ceceno, è accusato dell’omicidio dell padre adottivo, un ufficiale russo. Gli altri giurati sono i prodotti emblematici della nuova e della vecchia Russia: un ebreo lituano i cui genitori hanno subito lager e gulag, un chirurgo di origine caucasica, un tassista ultranazionalista e xenofobo, un attore di teatro e il facoltoso produttore di reality, solo per citare i più significativi. Ciascuno dei protagonisti di questa pellicola corale è portatore di un proprio vissuto che rivela una verità sulla Russia di oggi, in maniera personale e problematica.
Mikhalkov cerca di liberarsi dell’impianto teatrale dell’opera di Lumet inserendo segmenti narrativi sulla vita dell’imputato, come nella possente sequenza iniziale, metafora della vita politica della Russia del novecento, resa ancora più struggente dal sincero appello del giovane alla madre Cecena: “Mamma parla in russo!”. Quasi una necessità di sopravvivenza dinanzi al quale il legame con la propria lingua madre non può però piegarsi.
Se proprio si vogliono trovare alcuni difetti, in alcuni momenti si possono notare delle immagini simboliche così scoperte da essere quasi sfacciate: dal pianoforte che va in fiamme fino al passerotto, immagine dell’accusato durante la discussione fra giurati. Il luogo in cui viene deliberato il verdetto è del resto una palestra, agghiacciante riferimento alla strage di Beslan del 2004.
Con ogni probabilità Mikhalkov ha voluto realizzare un’opera politica, militante, che constribuisca a risvegliare una coscienza russa condannata a un sonno forzato da troppi anni di bugie di Putin (e dalla macchia dell’assassinio della Politkovskaja), senza affrontare il tema in modo troppo diretto. Purtroppo, ci vorrà ben altro che un semplice film per questo compito titanico.