Film del: 2007
Genere: Drammatico
Durata: 122 minuti Uscito al cinema il: 23/03/2007
Una serie di flash che fotografano una situazione realmente accaduta.
Trama:
Tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, il film narra del cruento genocidio degli armeni perpetrato dal governo dei "Giovani Turchi" tra il 1915 e il 1917, filtrato attraverso le vicende di una delle tante famiglie stuprate e divise dalla crudeltà turca.
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Voto medio: 5,80
Recensione del film: La Masseria delle Allodole
Un soldato entra in una casa di benestanti. Una terrina ricolma di zuppa troneggia in mezzo alla tavola. La osserva, la afferra e ne versa il contenuto su una bianchissima tovaglia, sotto lo sguardo attonito e spaesato dei commensali. Sghignazzando, imbocca la porta e se ne va senza colpo ferire. Un bambino viene camuffato da femmina, con tanto di orecchini e gonne improvvisate, ed è costretto a rimanere in questa condizione per diverse settimane, per sfuggire a morte certa. Una donna anziana è costretta a marce forzate, il vento e la steppa la fiaccano, ma nessuno può rimanere indietro. Un colpo di carabina e di nuovo in marcia, destinazione ignota, terrore e fatica, al contrario, quasi tangibili.
Una serie di flash che fotografano una situazione realmente accaduta durante quello che Hobsbawn ha definito “Il secolo breve”, il XIX, cento lunghi anni accorciati drammaticamente dalla ferocia di combattimenti e massacri, teatro di una logorante e triviale guerra civile europea. Storie ricche di episodi e di memorie dolorose, che hanno visto uomini bianchi diventare carnefici di altri bianchi, sistematicamente, senza ragione alcuna se non un odio esaltato, che mescolava elementi religiosi e nazionalismo esasperato. Qualunque lettore non potrà non aver pensato all’olocausto perpetrato dai nazisti durante il secondo conflitto mondiale. Ma sorprendentemente ci stiamo riferendo ad altro, ad un altro genocidio per troppo tempo dimenticato, che vide un intero popolo (quello armeno residente in Turchia) di quasi 1,5 milioni di persone, eliminato con una cura maniacale, senza precedenti nella storia moderna.
A partire da uno dei romanzi più famosi scritti sull’argomento, “La masseria delle allodole”, dell’italo-armena Atonia Arslan, i fratelli Taviani tornano sul grande schermo, affrontando coraggiosamente un argomento sul quale tanto c’è ancora da scoprire, e di cui tanto si dovrà (o si dovrebbe) dibattere.
La confezione è un po’ antica, di maniera: per tanti versi si intravedono le stesse difficoltà – sempre che si possano definire tali – dello stare al passo con i tempi di una modernità che viaggia sui binari dei ritmi vertiginosi e dei testi destrutturati che si sono avvertite nell’ultimo lavoro di Monicelli. Non per questo i Taviani non riescono a costruire un film interessante, mantenendo fede alla loro peculiare cifra stilistica e riuscendo a dare vita ad un corpus narrativo solido, anche se a volte tendente eccessivamente al melò.
Una pecca rilevante è forse quella di non riuscire a sfumare bene i grigi, in una situazione personale e in una condizione storica dove il bianco e il nero probabilmente non erano presenti. Al contrario il film è pieno di bianchi, magari un po’ offuscati, e di neri appena smorzati, anche se tenta a più riprese di scrollarsi di dosso questa sensazione. Il che semplifica forse eccessivamente gli intenti, facendo risultare poco organico e ficcante l’architettura del testo, ma non per questo ne inficia la pregnanza argomentativa e la passione encomiabile infusa nel racconto di una storia che descrive un periodo, non cedendo mai alla tentazione di una memorialistica intimista. Un film forse poco al passo coi tempi, ma in fondo solido e necessario, testimonianza di come una certa tradizione del (buon) cinema italiano sia dura a morire, nonostante annaspi, per incassi e visibilità, in mezzo ad un calderone di mediocrità.