Benché lontana da noi anni luce, la realtà di un villaggio rurale della Turchia dove si vive di soli frutti della terra, può avere alcuni punti di contatto con la nostra civiltà “occidentale”. A parte il fatto che anche nel nostro paese, ancora oggi, esistono realtà molto simili a quelle raccontate nel film, è pur vero che lo scandire della giornata attraverso dei momenti religiosi (il richiamo alla preghiera) è un elemento vivo anche da noi per una Chiesa sempre più presente nella quotidianità (non sembra, ma se guardate bene…!)
E comunque, a prescindere da elementi “sociali” o “socializzanti”, i rapporti conflittuali tra genitori e figli sono universali, ed è proprio questo il filo conduttore del film: tre ragazzi ed una ragazza sono costretti ad affrontare il loro naturale cambiamento interno scontrandosi con una durezza che non capiscono più. Be_ Vakit non è comunque un film su una rivolta generazionale, anzi, il tutto è narrato “intimamente”. Reha Erdem vuole soltanto raccontare cosa vuol dire diventare grandi, specialmente in nuclei così chiusi.
Il racconto procede lentamente, scandito dalle cinque fasi della preghiera, a partire dalla notte fino ad arrivare al mattino. Un percorso a ritroso che sembra quasi simboleggiare una rinascita (l'alba), ma che comunque dovrà affrontare un lutto (la notte è ormai lontana e ne arriverà un'altra). I quattro ragazzi sembrano quasi angeli feriti senza ancora le ali che combattono contro un mondo, quello dei genitori, che non li capisce. In alcuni casi la colpa, se proprio colpa ci deve essere, non è neanche dei genitori, ed è per questo che la “lotta” non può assumere un significato “generazionale”.
Reha Erdem è bravo a raccontare, anche simbolicamente, questo disagio (molto belle le inquadrature dei ragazzi dormienti tra le sterpaglie) che si risolve in immagini poetiche fotografate magnificamente da Florent Herry. In verità si fa un po' di fatica ad entrare nel ritmo lentissimo del film (ritmo scandito dalla colonna sonora di Arvo Part). Non c'è una scintilla che impone una svolta perlomeno tragica al racconto: si nasce, si va a scuola, si vive e si muore. E' una ruota che gira imperterrita. Eppure se si guarda dentro, è un ribollire di emozioni che fanno fatica a delinearsi ma che stanno lì vive, sbagliate (il più delle volte) o giuste, ma vive. E d'altra parte, anche se in maniera diversa, chi è che non ha fatto fatica a crescere!