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Khadak

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Festival di Venezia 2006
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Khadak

(Khadak)

Film del: 2006     Genere: Drammatico
Durata: 110 minuti   



Trama:

Si chiama Bagi, vive nelle steppe mongole, ha il dono di sentire gli animali a distanze incredibili. E un destino già scritto: diventare sciamano. Anche se questo dono si manifesta in forma di epilessia e prima di accettarlo Bagi verrà deportato con la sua famiglia in una città mineraria per sfuggire a un’epidemia propagata dal bestiame.



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Recensione del film: Khadak

Un pastore poeta epilettico rifiuta il dono di essere uno sciamano. Soffre nell’allontanamento forzato dalle sue bestie e vive alla ricerca dei lamenti del suo gregge. Non c’è speranza di integrazione poichè il tempo ha corso troppo ed ha superato la capacità dell’uomo di sentirsi al passo con lo sviluppo.
I registi Bronsens e Woodworth dopo aver lavorato lungamente in Mongolia girano un lungometraggio che racconta i postumi di una società socialista e sovietica. La miniera di carbone viene recepita in maniera diversa dai lavoratori. L’emancipazione dalla natura riserva sprazzi di autocompiacimento. Dominare la terra per mezzo di macchinari atti alla sua trivellazione provoca un brivido di onnipotenza. I ribelli, gli scarti, coloro i quali stentano ad integrarsi, ad accettare il predominio delle macchine, vivono il nuovo lavoro come una condanna, subiscono l’imposizione sperando nella provvidenza.

Al centro dell’analisi onirico-psicologica la ricerca di una dimensione che porta gli indifesi in manicomio e coloro che appaiono più robusti a farsi strumenti del potere. Tra una generazione schiava della natura ed un’altra convinta della propria emancipazione, solo la Sciamana riesce a percepire il passaggio del tempo e soprattutto il suo definitivo sconvolgimento.
Lo sviluppo selvaggio della Mongolia diventa allora quello di un mondo che ha perso la bussola, che rinuncia alla coltivazione, che sintetizza piuttosto che approfondire le cause della propria autodistruzione.

La realtà che descrivono i registi è quella di un uomo che sotto il ghiaccio intravede, senza la possibilità di esprimere, percepisce senza poter razionalizzare, reagisce esaurendo le sue forze alla ricerca di una direzione. Gli attori, più o meno alle prime esperienze evidenziano, con la loro apparente impassibilità, le ferite inferte dall’industralizzazione ai paesi che improvvisamente si sono visti inseriti in un mercato senza saper né vendere né comprare.
La tentazione suicida si affaccia in tutte le coscienze. Gli uomini sul tetto di alti palazzi eretti come cattedrali nel deserto sono in attesa che si compia il loro destino. Qualcuno cede alla tentazione di fermare il tempo saltando nel vuoto. Altri con l’aiuto degli specchi riescono a immobilizzare i controllori del potere. Tutti corrono, c’è chi scappa, chi cerca, chi rincorre, nessuno sa bene dove andare ma piuttosto che accettare la propria fine preferisce inseguire il proprio destino.
Il mondo presentato dai registi è capovolto come l’albero che ricorda il protagonista, ma l’acqua scorre alimentando la speranza che qualcuno faccia un salto nel futuro e riporti fiducia ad una umanità sempre più indifesa.

(Andrea Monti)



Cast

    Khayankhyarvaa Batzul

... Bagi

    Dagvadorj Dugarsuren

... madre

    Byamba Tsetsegee

... Zolzaya

    Banzar Damchaa

... nonno

    Dashnyam Tserendarizav

... shamana

    Enkhtaivan Uuriintuya

... Nara

    Namsrai Otgontogos

... psichiatra

Dati Tecnici

Nazione

 

Belgio / Germania / Olanda

Regia

 

Jessica Hope Woodworth / Peter Brosens

Fotografia:

 

Rimvydas Leipus

Produzione:

 

Bo Films

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GALLERIA FOTOGRAFICA
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