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Shutter
(Shutter)
Film del: 2004
Genere: Horror
Durata: 97 minuti Uscito al cinema il: 30/06/2006
Un film sicuramente di per sé valido, ma che pecca nel suo impianto generale, non riuscendo a spiccare su un territorio che è già stato lungamente battuto
Trama:
La vita di Tun e Jane cambia dopo aver investito una donna ed averla lasciata agonizzante sull'asfalto.
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Voto medio: 6,60
Recensione del film: Shutter
“Non è la solita commedia americana” recitava il titolo italiano di una commedia di qualche tempo fa, dove per altro “solita” e “americana” finivano per riferirsi allo stesso film nell’accezione più negativa del termine. Allo stesso modo, questo Shutter si fa facilmente etichettare come “la solita storia di fantasmi orientali”.
Tutti quelli che ormai sono diventati i “topoi” di un genere si ritrovano qua e là sparsi per la pellicola. Il telefono, le fotografie “paranormali”, l’acqua, il delitto, la colpa non espiata, la tendenziale giovane età dei protagonisti, il contorno collegial-universitario. Nulla di nuovo sul fronte orientale, verrebbe da dire. Già perché anche la storia ricade in clichè piuttosto banali. Due giovani fidanzati, con la passione per la fotografia, investono una passante. Impauriti, non si fermano, proseguendo per la strada. Ovvio a dirsi che è dall’incidente che partono gli incubi, le strane presenze nelle foto, i suicidi, fino ad arrivare al riaffiorare di vecchi delitti e misfatti adolescenziali. Shutter, dei due giovani registi tailandesi Pisanthanakun e Wongpoom, entrambi al loro primo lungometraggio, si innestano, senza cercare di volare troppo in alto, nel filone del film di genere orientale.
Meriti e demeriti spesso combaciano. Il preambolo non si trascina per più di cinque/dieci minuti, facendo entrare fin da subito lo spettatore nel vivo della vicenda. D’altra parte, questo approccio diretto con un clima di inquietudine e tensione alla lunga finisce per stancare, non creandosi nessun momento di “pausa” narrativa e di conseguente rilancio del climax, che invece finisce per appesantire e rendere stancante l’ultima parte della pellicola.
Anche le singole sequenze sono girate sia con perizia tecnica, che con una sapiente gestione degli spazi e degli attori, ma, per il perdurarsi di una situazione narrativa poco elastica, si rivelano ripetitivi nello schema e nelle dinamiche, finendo più di una volta per smontare ed eludere i colpi ad effetto che i due registi inseguono. “Quando racconti storie di fantasmi”, dicono i due realizzatori nelle note di regia, “qualche buon colpo di scena ti può far venire la pelle d’oca”. Nel particolare della singola sequenza, dunque, l’obiettivo viene raggiunto. E’ la struttura generale con cui viene messo in scena che smorza alla distanza la forza delle singole scelte registiche. In conclusione, un film sicuramente di per sé valido, ma che pecca nel suo impianto generale, non riuscendo a spiccare su un territorio che è già stato lungamente battuto.