Un film è fatto di mille elementi che in base alla loro originalità o comunicabilità riescono a dare il senso di un racconto più o meno compiuto. Il doppiaggio, ad esempio, con la scuola eccezionale che abbiamo avuto in passato almeno in Italia, è uno di questi elementi. In Forever Blues però è molto di più: decide almeno il 50 % della riuscita del film. E sinceramente non è una buona cosa. Ma come si fa a dare ad un ragazzino, che meno male parla poco, una voce che sembra quella di Lisa Simpson, e a Paola Saluzzi, una madre umiliata dalla vita, una voce che sembra quella di una che è stata per quattro giorni al freddo e al gelo e che per questo motivo parla per tutto il film con una voce soffusa e fastidiosa? Senza contare il fatto che in molti casi il doppiaggio è anche fuori sincrono.
E l’altro 50%? Cominciamo col dire che Franco Nero, alla sua prima esperienza dietro alla macchina da presa, ha voluto fare un film dell’anima. Nel senso che Forever Blues sembra un film molto personale, sottolineato dalla passione per una musica che viene direttamente da lì. Il fatto è che più che Blues, la colonna sonora sembra quasi improntata al jazz o, in alcuni casi, al dixieland. Anche quando il personaggio che interpreta Franco Nero presenta una collezione di dischi al bambino, gli indica molti nomi che col Blues non hanno molto a che a fare. Ma va bene anche così perché le origini del jazz, vengono proprio da quei canti di disperazione e speranza, che hanno costituito le basi per tutta la musica afroamericana del ventesimo secolo.
E poi la musica, altro elemento importantissimo per la riuscita di questo film, è la cosa che più entusiasma. Scritta da Lino Patruno, che alcuni ricorderanno aver fatto parte della storia del cabaret italiano con “I Gufi”, la musica fila via che è un piacere per le orecchie e per l’anima (eccola di nuovo).
Se ci siamo dilungati così tanto su soltanto due elementi è perché gran parte del film è influenzata proprio da questi. Per quanto riguarda il resto Forever Blues è un film che sicuramente salva soltanto la vecchia guardia. Minnie Minoprio, Lino Patruno e Franco Nero stesso si muovono bene in una storia che purtroppo ricorda più che Million Dollar Baby (che Franco Nero ama citare come termine di paragone per il film), quei film con Renato Cestiè degli anni settanta con titoli strappacuore come L’Ultima Neve di Primavera.
La fotografia è buona, la regia ha anche spunti interessanti, ma purtroppo il racconto è completamente sfilacciato (come fa Luca, il personaggio principale, a citare i reality show nel 1992 se neanche esistevano? E perché alla fine i carabinieri non intervengono?). Ma forse doppiato diversamente sarebbe stato un altro film. Chissà!