C’è stata una generazione allo sbando nel nostro paese. Una classe d’età che pur di comprarsi il biglietto per un mondo migliore ha intrapreso il cammino della forza armata. Quella generazione ormai è stata affondata dai risvolti della storia e cerca da tempo un modo per redimersi. Una maniera per rientrare nella società come esseri normali, assoggettati alle regole che un tempo essi combattevano e alle quali non ha più senso contrapporsi.
Per Massimo Carlotto, lo scrittore di “Arrivederci Amore, Ciao”, alcuni soggetti di quella generazione avevano convinzioni politiche non molto chiare ed approfondite. Ragazzi allo sbando che vedevano solo un modo per fuggire da un oppressivo ambito familiare. Questa sottile linea fra ideologia radicata e teoria politica superficiale la descrive molto bene Michele Soavi dirigendo la versione cinematografica del romanzo di Carlotto.
Anzi, per Soavi, non è tanto importante il background politico di Giorgio, il personaggio principale sia del racconto che del film, ma il distacco da esso ed il conseguente reinserimento nella società. Reinserimento arduo, difficile per persone come lui, che pur di girare in libertà sono disposti a denunciare i propri compagni di battaglia.
Costato quattro milioni e trecentomila euro, la produttrice Conchita Airoldi ha dovuto faticare non poco per trovare i finanziamenti per un film così complicato e pessimista. Inizialmente ha sottoposto la sceneggiatura ad una produzione francese, la Wild Bunch, che subito ha voluto partecipare al progetto e di conseguenza è venuta la RAI e la Mikado.
Quello che ci mostra il regista milanese è la discesa di Giorgio all’inferno. Un inferno fatto di poliziotti corrotti, locali per spogliarelliste, papponi, ricattatori, mafia e cocaina. In tutto questo l’ex terrorista non può che sguazzarci, lui che è stato capace di fare la spia e di uccidere il suo migliore amico a sangue freddo, con una pallottola dietro la schiena.
Entrando in questo pericoloso gioco per Giorgio il passato è ormai una sorta di maledizione. Non è un problema politico ma un impaccio, un ostacolo per la sua nuova vita; infatti, solamente compiendo altri omicidi e continuando a percorrere quel circolo vizioso potrà alla fine sbarazzarsene come un inutile peso.
Soavi, proveniente dai film horror di serie B, cerca di adattare i particolari deliri che delineano quel genere al racconto di Carlotto, mostrando così la nuova vita di Giorgio come una sorta di incubo e non una via verso la redenzione. Con questa ottica del tutto personale riesce ad equilibrare in maniera egregia sia il lato sociale (o storico) con quello personale ed intimo, facendo di Giorgio un emblema ambiguo ed inquietante dei tempi in cui viviamo.