Napoleone che scruta il mare o Napoleone che si tinge gli occhi di rimmel e le gote di belletto, Napoleone che si commuove alla vista della sua vecchia tata o Napoleone che si profonde in galanterie alla vista di una bella donna. Chi è quell'uomo che ha dominato il mondo e adesso è relegato all'Elba in una sorta di prigione dorata? Quale fascino magnetico riesce a confondere le indubitabili convinzioni che il giovane Martino nutre contro l'Imperatore - definito insensibile sanguinario - tanto da progettare di ucciderlo non appena ne fosse stato in contatto?
N Io e Napoleone è soprattutto una disamina sul potere inteso come assoluto dominio su tutto e tutti. E quale miglior esempio poteva esser preso se non la figura di Napoleone, il primo dittatore dell'era moderna?
Paolo Virzì ritorna a girare in Toscana dopo la parabola sociologica della Caterina catapultata nella Roma falsa e cittadina. E che giri nella sua terra si vede subito dall'ampio respiro delle scene che all'inizio descrivono un'isola d'Elba come operosa ed alacre di mercanti e pescatori. Si ispira al libro “N” di Ernesto Ferrero per rappresentarci una comunità fervida, forse macchiettistica, ma viva e pulsante. Come pulsante di ideali e aspirazioni è il cuore di Martino che vede in Napoleone il male assoluto da eliminare a tutti i costi. Prototipo di quell'anarchismo che vedrà poi alla fine del secolo XIX il suo maggior sviluppo, con un'idea di libertà e pacifismo assolutamente ante litteram, il giovane Martino, maestro e letterato, grafomane incallito, cederà alle lusinghe della personalità dell'imperatore relegato che in un certo qual modo si fa beffe di lui, avendone intuito le reali intenzione omicide verso la sua persona. Il gioco del gatto del topo, dove i ruoli della vittima e del carnefice si confondono fino a sostituirsi l'un l'altro, è uno dei leit motiv del film del regista toscano che però, abbandonata la filosofia sicuramente più preponderante nel libro di Ferrero, si volge alla commedia - di cui è certamente il regista italiano attualmente più rappresentativo - e si affida al vecchio, sicuro, canovaccio delle maschere della commedia dell'arte per adornare la sua opera di divertenti e sagaci scenette. In questo è certamente indotto dalla sceneggiatura di Furio e Giacomo Scalpelli e di Francesco Bruni e a cui lo stesso Virzì ha partecipato. Ed è aiutato dai bravissimi attori scelti, tutti capaci di rappresentare - con piglio personale - lo stereotipo affidato loro. E così è un piacere ammirare attori italiani come Elio Germano (Martino, il giovane sognatore), Valerio Mastandrea (il fratello di Martino, pragmatico commerciante), Sabrina Impacciatore (sorella, acida zitella, rigida governante della casa), Omero Antonutti (il maestro ispiratore degli ideali di Martino) Francesca Inaudi (la servetta innamorata del padrone) e Massimo Ceccherini (lo stolto ma generoso ragazzotto del paese).
Chiudono la rassegna Daniel Auteuil, nei panni dell'Imperatore, che recita con un buffo italiano con l'accento francese, senza farsi doppiare, e una (auto) ironica Monica Bellucci nella parte di una baronessa un po' “mignotta” (come lei stessa ha definito il suo personaggio in conferenza stampa), gentildonna in piena crisi da quarantenne un po' pienotta, che preferisce i vestiti stile impero perché le nascondono il grosso sedere mentre mettono in mostra i generosi seni e parla con un accento umbro tanto da sembrare l'imitazione dell'imitazione che alla radio fanno di lei...