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Blueberry
(Blueberry)
Film del: 2004
Genere: Avventura / Fantastico / Western
Durata: 124 minuti Uscito al cinema il: 15/07/2005
Carrellate panoramiche alla Peter Jackson, primi piani alla Sergio Leone e slow-motion tarantiniani sono le citazioni di genere che il regista lascia dietro ad un velo metafisico
Trama:
Blueberry, di origine francese, ma allevato dagli indiani è lo sceriffo di Palomito e deve fronteggiare un sua vecchio nemico giunta in città sulle tracce di un tesoro indiano.
Personaggio particolarmente interessante quello di Mike Steve Blueberry nato dalla mente di Charlier e dalla mano di Giraud (meglio noto come Moebius dopo aver abbracciato una tecnica meno realistica ma di ancor maggiore successo).
L’eroe, nato in Luisiana durante la Guerra di Secessione, avrebbe un destino già scritto nell’esercito confederato, ma le sue convinzioni lo portano con i bluebellies, i nordisti, a tradire i suoi stessi compagni d’infanzia.
Eroe di guerra, alla fine del conflitto si ritrova con qualche grado in meno a causa di un carattere fin troppo estroverso. Sceriffo in una piccola città di frontiera, agente segreto, comandante sotto l’egida del generale Custer, inviato della Union Pacific e chi più ne ha più ne metta, Blueberry ha vissuto avventure di tutti i tipi, diventando nel corso degli anni una delle icone del genere Western e del fumetto d’oltralpe.
Modellato sulla fisiognomica, e forse anche un po’ sul carattere, di Jean Paul Belmondo, Blueberry ha sempre avuto la capacità di catturare ed affascinare lo spettatore con le sue storie all’insegna del realismo e della “consecutio temporum” (ovvero: invecchia, a differenza dei vari Tex Willer nostrani) grazie alla quale ha percorso le tappe fondamentali dell’epopea americana.
Perché tutto questo? Perché non troverete nulla di ciò nel film di Jan Kounen.
Di Blueberry è restato solo il nome del protagonista, travolto da un’infanzia hitchkochiana, qualche comprimario ed accenni alla storia ("La miniera del tedesco") su cui è stata costruita l’impalcatura di un’avventura onirica e delirante.
Le inquadrature del poco western che resta scarnificando all’osso sono quelle di Giraud, mentre il viaggio in un oltre-mondo di luci e suoni vengono direttamente dall’ultimo Moebius in cui sono le sensazioni e le visioni a dominare sulla solida narrazione.
Carrellate panoramiche alla Peter Jackson, primi piani in stile Sergio Leone e slow-motion tarantiniani sono le citazioni di genere che il regista ci lascia dietro a questo velo metafisico: una realizzazione sperimentale che, per essere apprezzata, necessiterebbe in primis di una buona forbice e poi dell’assunzione di peyote in quantità congrua da poter “viaggiare” insieme ai protagonisti.
Indicazioni: assolutamente da evitare per gli amanti del genere western.