Film del: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 90 minuti Uscito al cinema il: 09/09/2005
Trama:
La presa di coscienza di una coppia borghese davanti alla scoperta che nella loro vita insieme non c'è mai stato amore. In dieci anni di matrimonio, Jean e Gabrielle, hanno nascosto passione e sentimenti dietro una facciata lussuosa e impersonale di convenzioni e obblighi sociali.
Ancora la morte in un racconto di Patrice Chéreau. Ancora la caducità dell’umana esistenza. Come in Son frére e ancor prima in Intimacy, anche in questo suo nuovo film, Gabrielle liberamente tratto dal romanzo di Joseph Conrad, Le retour, il regista francese venuto dal teatro, affronta il tema dell’effimero quale essenza della vita. E anche se in Gabrielle nessun corpo fisico cede alla morte, qualcosa comunque non resiste agli spasmi della vita. E’ l’amore, necessario quanto soffocante, è il rapporto tra esseri umani che pur scambiandosi lunghi dialoghi non riescono realmente a parlarsi, è l’insoddisfazione soffocante che tutto distrugge.
Come nei suoi film precedenti la macchina da presa di Chéreau non si stacca mai dai corpi dei suoi personaggi, li insegue, li scruta, li spia per raggiungerne le anime e chiedere loro di manifestarsi, intrecciarsi, coesistere. Come nei suoi film precedenti anche in Gabrielle i personaggi ingaggiano tra loro una lotta. I dialoghi, o sarebbe meglio dire i lunghi monologhi recitati e ascoltati a turno da Gabrielle (Isabelle Huppert) e monsieur Hervey (Pascal Greggory), a volte concitati e isterici, altre crudelmente lenti (come le azioni: cfr. la sequenza del bagno di Gabrielle e la cameriera), sembrano simulare una sorta di corrida tra i due personaggi in cui Hervey è il toro e Gabrielle il torero. E se quest’ultimo si gioca la morte come unico modo di concepire la vita, Gabrielle, una nouvelle Madam Bovary decisamente più consapevole, si gioca una nuova vita con meno menzogne e più voglia di darsi. Gabrielle con il suo ritorno dopo essere fuggita per un solo giorno con il suo amante, obbliga il marito a essere testimone del mondo nuovo che lei ha scoperto, diverso dall’angusto e falso mondo di ricchezza che Harvey le aveva offerto fino a quel momento. La sua volontà a far sopravvivere il legame che li unisce trasforma l’uomo in un osservatore, non consenziente, della sua nuova vita. E’ per questo che sconfitto, alla fine è lui che scappa.
La macchina da presa di Chéreau, grazie alla cornice dello schermo e alle coordinate ideali della sua geometria drammatica, organizza l’azione lasciando fuori campo ogni gesto superfluo. Tra le pieghe delle sue bergmaniane scene da un matrimonio Chéreau vuole mostrare uno stato spirituale e lo fa attraverso movimenti di macchina austeri che gli permettono di raggiungere quello che Bazin ha definito il massimo di coefficiente cinematografico, coincidente paradossalmente, proprio con il minimo di messa in scena posssibile. Fino al pervenire al nulla. Che è poi l’essenza di tutta l’umana esistenza.