C’è un filo conduttore che unisce l’ultima opera di Gabriele Salvatores con il suo precedente Io non ho paura. E’ un filo minuto ma presente che serpeggia, costante, per tutta la durata del film e che la frase “Bisogna vigilare meglio sui nostri bambini”– è l’ultima lapidaria sentenza di M, il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang – sottolinea, mettendo alla luce una fastidiosa ed allarmante sensazione che la visione di Quo vadis, baby ? ti restituisce impietosa.
Forse, è lo sguardo in tralice di Luigi Maria Burruano quando trangugia l’ennesimo bicchierino di liquore, forse è il fisico rassegnato di Angela Baraldi da quarantenne che non ha mai visto palestra, forse è quella capacità del regista milanese di spargere per le scene segnali appena percettibili di una perdizione inarrestabile, certo è che un senso di inquietitudine ti coglie sin dalle prime sequenze.
E’ quella ansia che ti prende di fronte all’innocenza violata di una creatura indifesa. Un male che viene da lontano, perso nel flusso dei ricordi di Giorgia (Angela Baraldi), una detective privata di Bologna – più vicina al Carvalho di Vasquez Montalban che al Marlowe di Chandler – anche se rispetto all’annusapatte catalano non predilige la buona cucina – si ciba di formaggini e budini – e soprattutto non ama il cinema. Eppure, sarà proprio grazie alle tracce disseminate nei film che risalirà alla risposta alla domanda che assilla la sua mente: perché la sorella Ada si è uccisa.
Tratto dall’omonimo libro di Grazia Verasani, il film ha proprio nei controluce che descrivono il personaggio di Giorgia la parte più apprezzabile. Salvatores sceglie la cantante bolognese Angela Baraldi per impersonarla. La Baraldi, in effetti, ha la faccia giusta, la voce giusta ed il corpo giusto per il personaggio controverso che interpreta – tanto ruvido quanto bisognoso di affetto come un cagnolino abbandonato – ma le qualità di attrice a tutto tondo non le sono ancora proprie e l’esperimento sembra riuscito a metà. Il regista è abile a trarre – enfatizzandole - tutte le potenzialità fisiche che l’attrice cantante riesce ad esprimere. Ed allora è magnifica sentirla cantare una versione unplugged di “Impressioni di Settembre” dei PFM, ed è commovente il suo concedersi disperato ad un amplesso atteso sedici anni.
Gabriele Salvatores sceglie uno stile più dimesso e meno arioso rispetto al precedente film. Bologna è ripresa come un malinconico sobborgo di Parigi – e la pioggia ed un gatto silenzioso e sonnecchiante ne acuiscono l’atmosfera decadente. Anche Roma – pur se fotografata alla luce di un tiepido sole di un pomeriggio invernale – appare silenziosa e taciturna come una chiusa città del Nord.
Il resto sono gli attori Bebo Storti e Gigio Alberti (afficionados di Salvatores) e rapidi messaggi (sms) di amore per il cinema sparsi qua e là dal regista milanese: I pugni in tasca , Jules e Jim , Roma città aperta , Accattone . Ed una citazione per i Talking Heads dei quali per due volte si intravede la copertina con scimmia dell’album Naked .
Un Salvatores doc, un noir italiano, con tutti i suoi pregi ma anche i suoi limiti.