Film del: 2005
Genere: Documentario
Durata: 87 minuti Uscito al cinema il: 27/05/2005
Non c’è nulla più desolante di un cucciolo di cammello che piange in un deserto: scordatevi Bambi, dimenticate il giovane Re Leone. I cuccioli della Carica dei 101? A confronto, dei dilettanti.
Un giovane cammello albino, nato da pastori mongoli, viene rifiutato dalla madre. Dopo numerosi tentativi, gli allevatori dovranno ricorrere al prodigio della musica per unirli
Trama:
Un giovane cammello albino, nato presso una comunità di pastori mongoli, viene rifiutato dalla madre. Dopo numerosi tentativi, gli allevatori dovranno ricorrere al prodigio della musica per unirli
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Voto medio: 7,00
Recensione del film: La Storia del Cammello che Piange
Non c’è nulla più desolante di un cucciolo di cammello che piange in un deserto: scordatevi Bambi, dimenticate il giovane erede del Re Leone. I cuccioli della Carica dei 101? A confronto, dei dilettanti. Se non ci credete, provate ad addentrarvi nel film, tra le dune del deserto del Gobi. Ai margini di ogni civiltà da quando esistono le civiltà, le comunità dei pastori mongoli, sembrano aver trovato un equilibrio tra la televisione satellitare (il film si chiude con l’impianto di una parabola) e la vita basata sul mestiere più antico del mondo - che non è quello cui avete pensato, ma quello del pastore. Come mostra il film, che ha raccolto premi ovunque in tutto il mondo, compresa una prestigiosa nomination all’oscar, quella dei mongoli, faccia sorridente e baffi arcuati, è una stirpe dolce e gentile che ama i cuccioli delle bestie che alleva (cammelli e pecore) con la stessa istintiva passione con la quale ama i propri.
Girato con un ascetismo che spinge più all’irritazione che alla ammirazione, La storia del cammello che piange ha dei momenti di beatitudine e commozione irresistibili. Si passa una vita a dimostrare di esserne indenni e poi basta vedere una madre-cammello altera che scaccia il suo piccolo dalle mammelle perché albino (come se non lo riconoscesse della stessa specie), per crollare miseramente in lacrime: lei si atteggia, artificiosamente, a indifferente, nell’immensità della steppa, lui guaisce, con raccapricciante inermità, in primo piano.
In ogni caso, lo spettatore non è l’unico che deve lottare con le lacrime. Visto che il caso è così difficile, la famiglia di mongoli che ospita sotto la stessa isba (o come si chiama) ben 4 generazioni di pastori, dai 4 agli 80 anni, chiama dal lontano centro abitato un suonatore professionista di viola. E’ il miracolo. Bisogna vedere cosa sono capaci di fare tutti insieme con la carezze sul pelo, il canto, il suono della viola, per commuovere la cammella, per credere che possa accadere sul serio. L’autore, che sembra filmare per etnologi e assistenti universitari, nel culmine del suo melodramma pastorale, ricorre finalmente al cinema: il profilo, sfibrato dal vento, della cammella toccata dal canto, l’infinità del deserto al tramonto, i suoi occhi che secernono, al suono della musica, delle lacrime farinose. E il piccolo che, finalmente, accede alle mammelle, come ogni neonato dovrebbe con quelle del corpo che l’ha generato.
E’ un documentario, ha uno stile severo, ma ha momenti di intensità portentosi e soprattutto il più nobile messaggio che un film possa srotolare di fronte agli occhi dello spettatore: la maternità non è una questione genetica, ma un atto d’amore. Solo due corpi uniti dalla stessa emozione non potranno mai più essere davvero divisi.