Film del: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 115 minuti Uscito al cinema il: 13/05/2005
Marco Tullio Giordana è forse uno dei pochi registi italiani capace di descrivere i rapporti familiari senza restituirci un sensazione di falso ed artificioso. Anche in questo film
Trama:
Al centro della vicenda è Sandro, un ragazzo di dodici anni, cresciuto in una famiglia bresciana benestante. Il padre - Bruno - è un piccolo imprenditore, la madre – Lucia - lavora anch’essa in ditta, nell’amministrazione. Durante una crociera in barca a vela nel Mediterraneo, Sandro cade nottetempo in mare. Quando gli altri se ne accorgono e tornano indietro, non riescono più a trovarlo; con orrore si rendono conto che il bambino dev’essere affogato...
Recensione del film: Quando Sei Nato Non Puoi Più Nasconderti
La morte e la rinascita: la morte del fanciullo che è in Sandro, il tredicenne ragazzino di Brescia, figlio di un industrialotto illuminato – mangia con i suoi operai e conversa con loro (bianchi o neri che siano) come fosse al bar centrale della città a sorbirsi un nutrito aperitivo sotto i portici; la rinascita di Sandro in un nuovo essere che non è ancor uomo ma non è più bambino.
Metamorfosi della coscienza annunciata dalla dotta citazione da Lezioni di Piano, quando Giordana ci mostra il corpo ormai incosciente del piccolo Sandro inabissarsi tra le limpide acque dell’Egeo per poi riaversi, scosso da un fulmineo flusso vitale, e riemergere condotto sù, verso l’azzurro, verso la sua nuova vita, da due angeli neri venuti da chissà quale dimenticato inferno della Terra.
Il bruco è ora crisalide, si risveglia in una bagnarola gremita di disperati in rotta verso il Paese dei Balocchi: tra il monoalbero di lucido mogano da cui una notte cadde e quella tinozza stigea ci sono due Caronti che parlano mille lingue ma non ne capiscono nessuna e, soprattutto, una torma di anime migranti pronte a tutto, anche a darti la vita per poi sottrarti, complice la notte, una mancia.
Sullo sfondo della carretta, ripresa come se ad un pittore avessero levato molti colori dalla sua tavolozza, c’è invece un mare notturno i cui controluce – fotografati da Roberto Forza - hanno le mille sfumature di un grandioso affresco; ci sono poi i colori da venti candele di un centro di accoglienza dove Sandro – ostinatamente rimane con i suoi compagni di viaggio – è costretto a scontrarsi con una burocrazia della quale non comprende le anguste angolazioni. Vorrebbe portare con sé – nella sua full optional villa padana - quegli angeli dalla faccia sporca: ma è più facile far sbarcare centinaia di uomini su una costa assolata del Meridione d’Italia, che accoglierne due a casa propria.
Marco Tullio Giordana è forse uno dei pochi registi italiani capace di descrivere i rapporti familiari senza restituirci un sensazione di falso ed artificioso. Anche in questo film – liberamente tratto da un romanzo di Maria Pace Ottieri riesce nel compito di raccontarci i difficili e controversi rapporti all’interno di una famiglia italiana con la giusta dose di veridicità. Il piccolo Sandro (Matteo Gadola, simpatico nella sua seriosità di tredicenne al confine con la pubertà), il padre (Alessio Boni, un po’ in imbarazzo in un ruolo in cui è asservito alla istintività del piccolo Matteo) e la madre (Michela Cescon, quando una faccia dice più di mille battute) sono tutti descritti con la misura che contraddistingue il regista milanese e le loro reazioni sono proprio quelle che ti aspetteresti da tuo fratello o dal tuo vicino di casa. Così come ci è sembrato assolutamente “normale” il finale – con quel pezzo di Eros Ramazzoti sparato a proteggere l’imbarazzo e il disagio di noi abitanti di una ricca provincia dell’Occidente – seguito da un silenzio senza appello sul quale scorrono, impietosi, i titoli di coda.
(Daniele Sesti)
Curiosità:
Riccardo Tozzi, produttore (Cattleya)
"Da molto tempo volevamo fare un film con Marco Tullio Giordana. Ma era sempre impegnato in progetti con altri produttori. Quando stava per girare La meglio gioventù, convenimmo finalmente che il successivo lo avremmo fatto insieme: ma non sapevamo quale. Alla fine delle riprese abbiamo cominciato a ragionare sul possibile soggetto, entusiasmandoci e cambiando poi idea per varie volte. Poi, all’inizio dello scorso anno, Marco Tullio mi ha raccontato lo spunto di Quando sei nato non puoi più nascondert, col suo specialissimo titolo derivante dal libro di Maria Pace Ottieri: abbiamo subito capito che avevamo trovato quel che cercavamo. Una storia di ragazzi, un’avventura nel corso della quale avviene una crescita che cambia i giovani protagonisti e scuote il mondo degli adulti. Una storia personale che permette di toccare attraverso la verità dei personaggi, un lembo del grande mondo in cui si muovono"
Marco Tullio Giordana, regista
“I miei ultimi film erano tutti ambientati negli anni ’70: Pasolini, I cento passi, anche gran parte de La meglio gioventù era ambientata in quegli anni che considero la preparazione, il “laboratorio” dell’Italia che ci ritroviamo oggi. Volevo fare un film sul presente, ho pensato di prendere spunto da uno dei fenomeni che più ci riguardano: l’irruzione dei migranti nella nostra vita. Una delle cose che più ha cambiato la fisionomia delle nostre città e il tessuto delle nostre relazioni. Volevo raccontare la nostra capacità, o incapacità, di affrontare la loro presenza. Ho chiesto a Sandro Petraglia e Stefano Rulli di aiutarmi a sviluppare questa idea. Pensavamo che servisse un punto di vista “innocente”, come di qualcuno che guardasse ai migranti fuori dagli schemi del razzismo o della solidarietà di maniera, uno sguardo senza ideologia. Per questo il protagonista è un adolescente, anzi un bambino, che non ha ancora consolidato il pregiudizio e si ritrova esposto a qualsiasi suggestione. Nella fase delicatissima della crescita, Sandro s’interroga sulla sessualità, sul futuro, su chi sono i suoi genitori. Inizia a essere critico e a non accettare più le cose come gli vengono (o non gli vengono) raccontate.”
Matteo Gadola, Sandro
“Non sono abituato a questo mondo, ho voglia di tornare alla mia vita, di tornare a quello che ero sempre stato. Gli amici, il gioco, la bicicletta, tutte le cose che avevo abbandonato. Quando da Lecce sono tornato a Brescia è vero che ho ritrovato un po’ tutto, però restavano comunque un sacco di scene da girare ancora. È stato molto stancante, non si deve pensare che fare l’attore sia un lavoro sempre divertente, sempre facile. Va bene che Marco Tullio me l’aveva preannunciato, però stressante stare lì ore e ore ad aspettare motore e azione, magari seduto o in piedi al freddo...”