Film del: 2005
Genere: Drammatico
Durata: 97 minuti Uscito al cinema il: 15/04/2005
Un “pasticciaccio”, ma non in senso gaddiano purtroppo, costretto in un'unica claustrofobica piazza romana, che ci ricorda dell’ambientazione storica solo grazie a due bandiere, qualche slogan e qualche manifesto
Trama:
Roma, 1938: la vicenda drammatica di Raul, giovane laureato in giurisprudenza che non riesce a concorrere come docente perché non è iscritto al Partito fascista.
Dai manifesti e soprattutto dal titolo del film vagamente esotico, ci saremmo aspettati di trovarci nel pieno di un thriller ambientato come minimo in Sudamerica. Ma no, niente da fare, “Raul” si pronuncia con l’accento sulla “a” e non sulla “u” e ci catapulta invece nelle vicende littorie della Roma fascista.
E’ il 1938 e Hitler arriva a Roma in treno ( alla Stazione Ostiense e non a Termini, se ancora non lo sapete ); c’è Mussolini ad attenderlo e mentre i due omuncoli giocano a conquistare il mondo e a distruggerlo, il giovane Raul prima gioca, fra slanci volontaristici e sensi di colpa, con il mito nietzschiano del Superuomo e poi si lascia coinvolgere in una lenta e sofisticata partita a scacchi dalla sua Nemesi, il Giudice Porfirio.
Fin qui tutto bene, anzi la sceneggiatura che Masolino D’Amico aveva scritto trentacinque anni fa con la madre Suso per un film che non si è mai fatto e che oggi è stata attualizzata, racconterebbe spunti interessanti e non abusati. Sennonché il problema principale è nella prova dei protagonisti, perché Stefano Dionisi sarà anche bello da vedersi ma è sinceramente impossibile da sentirsi ( in slang capitolino “nun se po’ sentì” ) e il suo contraltare femminile Violante Placido ce la mette tutta per non essere da meno. E quando a questi due “Belli ed Impossibili” si affianca il talento degli altri interpreti, da quello concentrato in uno straordinario cammeo di Laura Betti, a quello istrionico di Haber a quello sornione di Giannini (grazie al quale la pellicola acquista qualche momento di credibilità ) alle nostre orecchie il contrasto suona, ahimè, stridente.
Non c’è traccia invece per adesso del talento del nonno Mauro nel non più giovane esordiente Andrea Bolognini, che si avventura in una regia più che drammatica a dir poco “filodrammatica” e non riesce sullo schermo a far prendere corpo alle ambizioni filosofiche della storia, ispirata al Dostoevskij di “Delitto e Castigo”, né riesce a fare della limitazione di mezzi del film ( prodotto grazie al finanziamento statale ) virtù.
Un “pasticciaccio” , ma non in senso gaddiano purtroppo, costretto in un'unica claustrofobica piazza romana, che ci ricorda dell’ambientazione storica solo grazie a due bandiere, qualche slogan e qualche manifesto. E che ci rammenta anche che spesso l’Arte non passa per i figli d’arte nonostante la pellicola ne ospiti a profusione, e cioè oltre ai succitati Placido e Bolognini, un altro Bolognini, Manolo, alla produzione, Andrea Morricone naturalmente alla musiche e Daniele Nannuzzi alla fotografia, che se non altro prova ad immergere scene e costumi in luci calde ispirate alla “scuola romana” ( e anche sul montatore Alessandro Lucidi avrei qualche sospetto…). Agli spettatori non resta che chiudere gli occhi ed immaginare di aver visto il thriller di cui sopra. Questa volta con l’accento sulla “u”.