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I Giochi dei Grandi
(We Don't Live Here Anymore)
Film del: 2004
Genere: Drammatico
Durata: 101 minuti Uscito al cinema il: 22/04/2005
E’ il terzo film tratto dai racconti di Andre Dubus (il più famoso è In the Bedroom), fatti di persone rispettabili che nascondono spaventosi drammi e rimpianti annidati nel dolce paesaggio del New England
Trama:
La vita di due coppie di amici che si frequentano da parecchi anni, viene sconvolta da un gioco di tradimenti incrociati: dopo i quali, nulla sarà più come prima
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Voto medio: 6,33
Recensione del film: I Giochi dei Grandi
Può la musica della colonna sonora di un film andare regolarmente controcorrente rispetto alle inquadrature, i personaggi, lo stile di un film? John Curran, giovane promessa del cinema d’autore americano messosi in luce con Praise che ha furoreggiato a Toronto e al Sundance ed è regolarmente comparso nella lista dei migliori film americani del 2000, utilizza questo effetto sin dai titoli di testa. La sua storia di due coppie di intellettuali unite da profonda amicizia e adultèri incrociati, è girata con un minimalismo visivo che raramente ci fa vedere qualcosa oltre gli sfondi delle case dei personaggi. La musica di Michael Convertino, invece, innaffia da subito sui loro volti l’emotività di un dramma incipiente.
E’ il terzo film tratto dai racconti di Andre Dubus (il più famoso è In the Bedroom), il cui universo, fatto di persone rispettabili che nascondono spaventosi rimpianti, di drammi insolubili e inconfessabili, annidati nel dolce paesaggio del New England, sarebbe bello poter conoscere anche in lingua italiana. Curran arriva sempre troppo vicino per non farci vedere quanto tristi e confusi siano i suoi personaggi o per mettere a fuoco dettagli dell’ambiente (che lavoro fanno le mogli? ), tanto che il film non fa che rimuginare su questi quattro personaggi, sull’andirivieni cronologico e psaichico dei loro desideri e delle loro frustrazioni, senza mai metterli insieme a qualsiasi altro personaggio, per quanto secondario. Fatta eccezione per i figli: il controcanto tra l’affetto e la delicatezza che indossano quando sono di fronte a loro, e la rabbia, l’impotenza e la menzogna di cui non sono mai privi quando hanno a che vedere tra di loro, è la tonalità ricorrente del film.
Al quale si deve una non secondaria conferma: quella di Mark Ruffalo. Dopo Conta su di me, o In the cut o Collateral, la sua presenza ribadisce che in quella faccia alla Marlon Brando cui la bugia conferisce una grazia pericolosa, molti altri spettatori ancora troveranno una ricca genealogia di personaggi. Mentre di questo film elegantemente ossessivo, che gira e rigira tra le mani l’infelicità di adulti accoppiati divisi tra l’estinzione del desiderio e le allucinazioni del tradimento, il pessimismo degli intellettuali e l’immaturità dei grandi, non si sa bene cosa fare. Preciso nel distillare l’agonia di vite che non si rassegnano all’appassimento dei legami, intransigente nell’inchiodare ogni gioco dei grandi alla loro disperazione e vanità, l’occhio di Curran rischia un'analoga patologia: chi studia i suoi personaggi come insetti, appare altrettanto disumano. La morbida impotenza psicologica di Ruffalo, la rabbia di Laura Dern e la sensuale tenerezza di Naomi Watts, scivolano sulle inquadrature come la musica di Covertino, senza scalfirne il gelo metallico.