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La Grande Abbuffata

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FESTIVAL

Festival Internazionale del Film di Roma 2006
Retrospettiva Marcello Mastroianni

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25/02/2005
La grande abbuffata

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La Grande Abbuffata

(La Grande Abbuffata)

Film del: 1973     Genere: Commedia / Drammatico
Durata: 123 minuti   


Lo humour, la malinconia inconfessabile e la carità (il film ne è impregnato almeno quanto lo è dello sberleffo o della satira) di un gruppo di goliardi di fine millennio che praticano, l’un l’altro, il suicidio amorevole via esofago


Trama:

Un gruppo di ricchi borghesi (uno chef, un giudice, un pilota d'aereo), cui si aggiunge accidentalmente una maestrina, si riuniscono in una villa fuori Parigi per una ininterrotta serie di incredibili mangiate. In realtà, il loro fine è il sucidio. Sarà la maestrina a curarsi, personalmente, della loro sepoltura.



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Recensione del film: La Grande Abbuffata

Prima di tutto, prima del film, oggi, di fronte ad esso, c’è innanzitutto, l’epoca, e una certezza: gli anni ‘70, almeno al cinema, sono marcati, riconoscibili, brulicanti, in un’inquadratura, quanto gli anni ‘30. Le basette lunghe, i pullover attillati, le cravatte affilate, la maglia a collo alto e gli stivali lucidi al ginocchio, la lacca sui capelli e quella cromatica dei toni inconsapevolmente psichedelici dei costumi, lillà, viola, arancione, rosa. “Quello della banalità - ha scritto Antonioni - è un nulla osta che mi serve per andare avanti, è un’ipotesi di popolarità”. Ferreri ha sempre lavorato sull’attualità come arredo di immagini, volti, segni da cui prendere le mosse, è un cinema di costante rielaborazione e recupero, di riciclaggio simbolico e mediologico (da Tognazzi a Jerry Calà alla Dellera), ma anche di convinta curiosità per le forme spontanee dell’esistente: si può parlare, con il cinema, ad un pubblico qualunque, del suo mondo, in un linguaggio alternativo a quello che quotidianamente lo governa.

Questo, in realtà, vale più per il Ferreri urbanista e sociologo dei film successivi che esplora periferie e interni domestici come un antropologo del futuro, ma ciò non toglie che anche in La Grande Abbuffata, la ricchezza della trasparenza di un'epoca e di un mondo, sia un segno fortissimo che contrasta con un andamento da apologo, da racconto mitico, da parabola di tutto il film.

Altrettanto appariscente e ingombrante, è l’impianto simbolico, ottuso, scintillante e schematico (il Giudice, il Giornalista, il Cuoco...), e il freudismo eretto a realtà sovrana: la riduzione del tutto alla soddisfazione dei bisogni primari (il sesso e il cibo). Ma a fronte di questo tutto, salta agli occhi (alla bocca), la scarsa evidenza ottica, plastica o cinematografica dell’ossessione culinaria e alimentare. La Grande Abbuffata, è questo il suo segreto, lavora non sull’immagine del cibo ma su una esplorazione mentale e psichica la cui forza non è data dalla forza della sua rappresentazione. Se si confrontano Il Pranzo di Babette o Il Cuoco, il Ladro, l’Amante e la Moglie con La Grande Abbuffata - si tratta in tutti e tre casi di film che gravitano interamente intorno alla rappresentazione, la ritualità, la densità fisica e simbolica del cibo - la prima differenza che si mette in luce è lo scarto tra l’aspetto iconografico e rituale, la stilizzazione dell’aspetto visivo e figurativo della preparazione, consumazione, allestimento del cibo, nei primi due, e gli stessi aspetti in Ferreri. In fondo, il più famoso film sull’ossessione del cibo, non si vergogna d’infilare nel menu tortellini panna e funghi e tacchino al forno (con buona pace di Fauchon citato nei titoli di testa), e di gestire l’intero apologo con quell’aria un pò improvvisata da happening o orgia incombente, che forse data il film più del trucco femminile demodè o dei calzoni leggermente svasati.

Da dove attinge la sua fede apocalittica, e cosa conferisce alla sua voce quella profondità inscrutabile? Se è un film sulla promiscuità di corpi e cibo, polenta e feci, orifizi e pietanze, è altrettanto persuasivo nell’ imporre allo spettatore, per contaminazione continua, la sintesi di passato millenario e aggressiva contemporaneità: tutto lo scenario del film è inchiodato sullo sfondo del silenzio secolare di un bosco in cui crescono le querce che videro riposare i poeti e che assistono da sempre ai versi delle oche, totalmente ignare della Storia (come del Consumismo o dell’Alienazione, che sono i due bersagli privilegiati del cinema d’autore dell’epoca). Questo mix di contemporaneità e medioevo, di gergo da sociologi di fama e basso continuo e millenario, sono più forti della sgradevolezza, della corrosività,dello humour nero, che all’epoca abbagliarono tutti.

Rimane ancora intatta la verosimiglianza della sua scansione, del suo respiro, quella meccanica di “riempimento e svuotamento”, quella sazietà catatonica “con lo stomaco traboccante e i genitali svuotati” (Moravia), quella purezza della sopravvivenza animale che si trasforma - è la vera trasgressione, sorprendente e lancinante - nella ineluttabile vocazione alla scelta consapevole della propria morte. Più che un “monumento all’edonismo” e alla “tragedia della carne” (così ne parlò Bunuel), oggi sembra invece il film della più ingrata lucidità: il cinema nato e sospinto dal bisogno della liberazione del mondo che si rovescia fulmineamente, con la stessa determinazione e urgenza, nel cinema che invoca una liberazione dal mondo (stessi anni, stessa propensione funebre, stesso scetticismo senza riscatto dell’ Ultimo Tango a Parigi che insieme alla Grande abbuffata costituisce l’apogeo e l’esplosione finale delle ansie e dei programmi del Nuovi Cinema nati negli anni ‘60). Non l’arguzia di un Rabelais apocalittico, dunque, ma la pena, la malinconia inconfessabile, la carità (qualità di cui il film è impregnato almeno quanto lo è dello sberleffo o della satira) di un gruppo di goliardi di fine millennio che praticano, l’un l’altro, il suicidio amorevole via esofago.

(Mario Sesti)



Cast

Marcello Mastroianni   Marcello Mastroianni
(49 anni circa in questo film)

... Marcello

Ugo Tognazzi   Ugo Tognazzi
(51 anni circa in questo film)

... Ugo

Michel Piccoli   Michel Piccoli
(48 anni circa in questo film)

... Michel

Philippe Noiret   Philippe Noiret
(43 anni circa in questo film)

... Philippe

Andréa Ferréol   Andréa Ferréol
(26 anni circa in questo film)

... Andrea

    Solange Blondeau

... Danielle

    Monique Chaumette
(46 anni circa in questo film)

... Madeleine

Dati Tecnici

Regia

 

Marco Ferreri

Sceneggiatura

 

Marco Ferreri / Rafael Azcona / Francis Blanche

Fotografia:

 

Mario Vulpiani

Colonna Sonora

 

Philippe Sarde

Produzione:

 

Capitolina Produzioni Cinematografiche / Mara Films / Films 66





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