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The Truman Show

The Truman Show

(The Truman Show)

Film del: 1998     Genere: Commedia / Drammatico / Fantascienza
Durata: 103 minuti   


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Voto medio: 8,10

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Recensione del film: The Truman Show

C'è solo una cosa di cui la televisione ha veramente paura. La pausa: un' incertezza troppo lunga nello speaker, un segnale orario che si prolunga in maniera sospetta, un cartello di interruzione tecnica e improvvisamente, l' ansia, passa a velocità della luce da chi abita il riquadro dello schermo a chi vive nelle case illuminato dal pallore bluastro del monoscopio. La televisione ha il terrore della cessazione del proprio flusso. Poichè crede, come un bambino onnipotente, che la sua funzione sia quella di trasmettere ovunque in contemporanea ciò che accade nel mondo, ha il terrore che tale funzione, che alimenta ininterrottamente il suo flusso, possa interrompersi per l' unica casualità che essa non è in grado di controllare. Ovvero: che non accada più nulla da trasmettere.

Truman Show può essere letto come una raffinata allegoria della singolare drammaturgia del rapporto che lega la televisione alla realtà. L' intero stile di regia che i produttori e i tecnici dello show di cui parla il film hanno messo in piedi per anni, è una erudita elaborazione immaginaria dello stile che la regia televisiva ha costruito nei primordi della sua storia. Quando non era ancora possibile registrare su nastro magnetico, tutto era trasmesso in diretta, anche gli spettacoli di finzione. Non a caso il primo genere che la televisione ha frequentato, nel campo della finzione, è stato il teatro ripreso in contemporanea al suo svolgimento di fronte alle telecamere. Intere generazioni di registi dalla fine degli anni '50 in poi si sono formati in questo campo che richiede una tecnica inflessibile, da Sidney Lumet a Ken Loach. Ogni azione deve essere accuratamente preparata, ogni movimento ed emozione deve trovarsi nel raggio di fuoco di un fronte di punti di ripresa, ogni attore deve essere in grado di risolvere gli imprevisti improvvisando. Da questo punto di vista il film di Weir ha il merito di esplorare il suo oggetto senza aver paura di complicare e rendere più taglienti le proprie tesi: Truman Show, non è solo un film sulle aberrazioni che la pressione mediatica induce nell' universo della contemporaneità, ma anche sull' assurdo e commovente trasporto col quale cerca di dedicarsi al mondo e celebrarlo, sull' allucinazione irresistibile della sua volontà di potenza. Lo show che è oggetto dell' intero film è la rappresentazione immaginaria del Grande Sogno della tv: registrare e raccontare in diretta la vita come se fosse una partita di calcio. Non c'è gesto che possa essere previsualizzato da uno storyboard, non c'è emozione o conflitto o passione o gioia su cui una abile regia in diretta non sappia trovarsi con un' angolazione a favore poco prima o poco dopo che essa si sia generata.

Se Truman Show fosse stato diretto da Mike Nichols, esso sarebbe diventato una satira della televisione, forse più spietata, certo più banale, se fosse stato concepito e realizzato da Oliver Stone, il protagonista avrebbe finito la sua avventura con una carneficina di tutti coloro che gli hanno mentito sin dalla nascita ( e c'è qualche spettatore che non avrebbe capito le sue ragioni?), ma è stato diretto da Peter Weir, il regista di Picnic ad Haning Rock e L' attimo fuggente che conosce una via più difficile e misteriosa per raccontare una vicenda tragica: la passione per l' eroe è sempre più nobile e commovente della sanzione delle forze che l'hanno, ingiustamente, condotto all' esilio o ad un esito funesto.

Nelle sue mani, nelle mani di Weir, la storia della creazione di un mondo fittizio e della tragica scoperta che ne fa il protagonista diventa la spassionata riflessione di un mito che attraversa la modernità dall' epoca romantica fino a noi: fino a che punto la forza creativa può sognare di sostituirsi alla natura, e perchè questo ci sembra allo stesso tempo attraente ed osceno? Ci sono almeno altri due film in cui la creazione di un mondo artificiale e perfettamente autonomo è l' oggetto del racconto. Il mondo sul filo di Fassbinder (di cui il regista di Independence Day e Godzilla, Emmerich, sta prepaparndo un remake) e Nirvana di Salvatores. In entrambi i casi, la vicenda si dipana a partire da un personaggio che scopre di essere una creazione tecnologica (una realtà virtuale in Fassbinder, un videogame in Salvatores). C'è anche un romanzo di Philip K. Dick, Time out of Joint ( tradotto in "Urania" con L' uomo dei giochi a premio) che ha uno svolgimento con una serie impressionante di punti di contatto con il racconto di Truman Show. Anche lì, il protagonista è l' unico a non essere a conoscenza dell' intera messa in scena che la comunità in cui vive recita a sua insaputa a causa di un complicato e geniale metodo di decrittazione di cui egli è l' unico ad essere competente e che gioca un ruolo decisivo in una gigantesca guerra intergalattica.


Ma ciò che innerva l' originalità e il radioso fascino leibniziano del film di Weir, è la sovrapposizione a tale Mito (Dio come il Grande Orologiaio) di altre storie. Una, antichissima, appartiene più al paese che lo ospita, l' America, che non a lui. Chi non ricorda il James Stewart della Vita è meravigliosa che cercava di allontanarsi dal suo paese per conoscere il mondo e che la vita, invece, costringeva a restare inchiodato al suo piccolo villaggio natale? La storia di Truman è anche quella di chiunque un giorno abbia dovuto scegliere tra la rassicurante presenza del proprio luogo d'origine e la necessità irrevocabile della disponibilità al cambiamento costante. Fuori dal rischio e dalla responsabilità di questa scelta non c'è crescita, non c'è dolore, non c'è vita. Ma c'è anche un' altra storia ancora in quella del film, forse è la più nascosta ma non per questo è la meno importante.

Weir ha sempre raccontato nel suo cinema di mondi nascosti e isolati dal resto dell' universo, come è stato il suo paese d'origine, l' Australia, fino alle soglie della modernità. Dalla roccia preistorica di Picnic ad Haning Rock che fagocitava, per sempre, un gruppo di adolescenti in fiore, alla scuola preparatoria dell' Attimo fuggente isolata dal resto della società come un convento medioevale, dalla comunità Amish di Witness al villaggio di folli omicidi disperso nella campagna australiana di The Day the Cars ate Paris, uno dei suoi primi film, il suo sguardo è sempre stato attratto con curiosità e fascino morboso, dai luoghi in cui la civiltà è sospesa, le comunità si isolano dal resto della totalità e il senso comune subisce una specie di enigmatico collasso. Anche quello di Truman è un mondo a parte, assurdo e affascinante. Il regno della vita trasformata in rappresentazione. Come nella televisione, nel mondo di Truman le trasmissioni sorgono con il sole e terminano con il riposo notturno. Come nella televisione, esse continuano anche dopo che abbiamo spento lo schermo. E' il sogno più segreto e totalitario della televisione, imitare la natura al punto di trasformarla in un palinsesto. Chi di noi non si è chiesto almeno una volta: come sarebbe davvero vivere nel mondo di ininterrotta felicità che ci descrive ogni spot pubblicitario?

Come nel finale di La vita è meravigliosa, anche Jim Carrey, come James Stewart, scopre che il suo villaggio è una specie di incubo, atroce, al quale un fato feroce sembra averlo imprigionato per sempre. Come Harrison Ford in Witness e Robin Williams nell ' Attimo fuggente, lo sguardo del regista lo segue in questo mondo alternativo fin quando si rende inevitabile il suo definitivo commiato. Ma, a differenza di questi, Truman è l' unico per il quale è il mondo normale, che non ha mai conosciuto, ad essere quel posto strano, pericoloso, incomprensibile dal quale nessuna divinità, nessun potere tecnologico, nessuna televisione e nessun dio che la programmi può tenerci lontani. Per esso, prima o poi, bisogna partire.

(Mario Sesti)



Cast

    Blair Slater

... Truman giovane

    Brian Delate

Ed Harris   Ed Harris
(48 anni circa in questo film)

... Christof

    Heidi Schanz

... Vivien

    Holland Taylor
(55 anni circa in questo film)

... madre di Truman

Jim Carrey   Jim Carrey
(36 anni circa in questo film)

... Truman Burbank

Laura Linney   Laura Linney
(34 anni circa in questo film)

... Hanna Gill as Meryl Burbank

Natascha McElhone   Natascha McElhone
(27 anni circa in questo film)

... Lauren / Sylvia

Noah Emmerich   Noah Emmerich

... Marlon

    Peter Krause
(33 anni circa in questo film)

... Lawrence

Dati Tecnici

Nazione

 

USA

Regia

 

Peter Weir

Sceneggiatura

 

Andrew Niccol

Fotografia:

 

Peter Biziou

Colonna Sonora

 

Philip Glass / Burkhard von Dallwitz

Produzione:

 

Paramount

Distribuzione:

 

UIP

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