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Nastri d'argento 2006. Trionfo di nominations per Romanzo criminale





15/01/2006 10:01a cura di Antonio Valenzi

Presentate Sabato scorso le "cinquine" per i Nastri d'Argento, il premio dei giornalisti cinematografici giunto al 60° anniversario. Tra sintonia col botteghino e uno sguardo all'autorialità, le riflessioni su un meccanismo che è cambiato alla luce della nuova legge.


ROMA - Evviva! Anche quest’anno sono uscite le cinquine per i Nastri d’Argento (il più antico dei due premi al cinema italiano, l’altro è il Donatello) che proprio quest’anno compiono il 60° anniversario. Scelte da un gruppo ristretto di giornalisti - selezionato non si sa da chi - in rappresentanza di tutti quelli iscritti all’ente promotore (il Sindacato Nazionale dei Giornalisti Cinematografici Italiani)- le nominations 2006 per gli italiani usciti in sala dal 1° Gennaio al 31 Dicembre 2005 sono state comunicate ufficialmente Sabato 14 Gennaio.






Per un paradosso del destino, mentre la sede della conferenza stampa è stato l’iperglamour Palazzo Fendi - “cuore creativo” del noto marchio di moda - il maggior numero di candidature è andato a Romanzo Criminale. Di sicuro una casualità, ma sfilando tra i lussuosi articoli esposti saranno stati in molti tra gli intervenuti a resistere al richiamo dello slogan con cui fu promosso il film: Se vuoi avere tutto, prenditelo!

Noblesse oblige del resto. E lungi dall’essere tutt’altro che “disobbedienti” in libera uscita, i “sette savi” del giornalismo cinematografico hanno riservato dieci nomine per il film di Michele Placido, otto a La Bestia nel Cuore di Cristina Comencini e La febbre di Alessandro D’Alatri, sei a La Seconda Notte di Nozze di Pupi Avati, cinque a Manuale d’Amore e - con uno smarcamento degno di Del Piero - a Saimir.
A seguire tutti gli altri (leggi lista completa nel link), in alcuni casi con pertinenza come la candidatura per la sceneggiatura di Quo vadis, baby?; in altri facendo critica creativa (segnalare per la fotografia Il Resto di Niente è come menzionare un film porno per i costumi); in altri ancora con qualche gaffe (per La Sposa Cadavere - categoria miglior film straniero - è stato nominato solo Tim Burton senza Mike Johnson, vero autore del film per ammissione di Burton stesso).

Una selezione dunque in cui i conti sembrano tornare ma che - come una pergamena da Codice Da Vinci - a leggerla in filigrana rivela chi conta e chi no nel sistema cinema Italia. E si, perché le candidature più importanti (produzione, regia, interpreti principali) ruotano sempre intorno a tre/quattro marchi di produzione e distribuzione. Romanzo Criminale e La Bestia nel Cuore sono entrambi produzioni Cattleya, nel primo caso in collaborazione con Warner Bros, nel secondo con Rai Cinema. L’apparentemente innocuo La Febbre è stato invece distribuito da 01 Distribution, ovvero la casa di distribuzione che fa capo sempre alla Rai la quale rientra anche nella produzione de La Seconda Notte di Nozze. E proprio qui sta lo smarcamento di Saimir che si piazza con cinque candidature di cui due ‘minori’ come ‘fonico di presa diretta e soggetto originale e tre in cui ha le stesse possibilità di riuscita di un portoricano alla Casa Bianca.

Non sono dettagli. Sorvolando sui meri pareri di natura estetica (perché Salvatores non è tra i candidati alla regia per Quo Vadis, Baby??), il criterio del reference system della nuova legge equivale a dire che i premi ottenuti fanno punteggio per l’erogazione di fondi statali e - se alla fine le previsioni saranno rispettate - si otterrà una ricaduta economica solo tra i colossi, escludendo di fatto gli indipendenti.

Tutto sbagliato? Chiaro che no. Il ruolo oggi ricoperto da importanti aziende dell’audiovisivo come la Rai (o Medusa del gruppo Mediaset) è strategico ed ha una ricaduta benefica sull’intero sistema cinema, dunque nessuna crociata ‘contro’ le major di casa nostra. Semmai, questo si, è doveroso un richiamo alla responsabilità per chi elargisce premi, ancor più se si tratta di un sindacato giornalisti per i quali scacciare eventuali ombre sulla propria indipendenza è quantomeno deontologicamente necessario.

Insomma, est modus in rebus dicevano i latini che di diplomazia se ne intendevano. E detto questo, vinca il migliore.