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Le regole di sopravvivenza di Jodie Foster - Un'incontro con la protagonista di Flightplan





03/11/2005 09:11a cura di Valeria Chiari

Parla perfettamente l’italiano perché l’ha studiato “all’università e praticato molto sul set di Casotto” dello scomparso Sergio Citti, ma di lei i tabloid non hanno mai trovato materia con cui scandalizzare. Jodie Foster si lascia conoscere esclusivamente attraverso i film che realizza come regista o come produttrice o che interpreta come attrice. Come per il film diretto da Robert Schwentke, che ha scelto per l’empatia che sentiva con la protagonista – una madre che perde la figlia in un aeroplano – e per la fiducia che provava nei confronti del regista. Una delle poche attrici di Hollywood a non aver mai smesso di lavorare e ad essere rispettata nonostante i due figli concepiti senza sapere bene come.


Parla perfettamente l’italiano perché l’ha studiato “all’università e praticato molto sul set di Casotto” dello scomparso Sergio Citti, ma di lei i tabloid non hanno mai trovato materia con cui scandalizzare.





Jodie Foster si lascia conoscere esclusivamente attraverso i film che realizza come regista o come produttrice o che interpreta come attrice. Come per il film diretto da Robert Schwentke, che ha scelto per l’empatia che sentiva con la protagonista – una madre che perde la figlia in un aeroplano – e per la fiducia che provava nei confronti del regista.
Una delle poche attrici di Hollywood a non aver mai smesso di lavorare e ad essere rispettata nonostante i due figli concepiti senza sapere bene come.

Come si è sentita a recitare un ruolo come questo, essendo lei stessa una madre?
E’ un ruolo che mi ha toccata molto. Credo che la paura tremenda di perdere di vista il proprio figlio per un attimo e non trovarlo più faccia parte di ogni genitore. E’ la situazione più terribile che si possa vivere.

Ha accettato questo ruolo per l’empatia che sentiva con il personaggio?
No assolutamente. Accetto di fare un film quando la sceneggiatura intera mi piace, la trovo ben scritta e quando ritengo che la storia che propone debba essere raccontata. E poi mi convince il regista, nel quale devo sentire di avere una totale fiducia.

Ma sembra che questo tipo di ruoli, “claustrofobici”, la attirino più di altri?
Si, in effetti film come Panic Room mi affascinano moltissimo, ma la grande differenza è che in Flightplan il fulcro della storia è il punto di vista della protagonista; la cinepresa segue e racconta lo sgretolarsi della personalità di questa madre che da forte diventa debole. Il tono, il ritmo della storia è raccontato dalla macchina da presa, un po’ come accadeva nei film di Hitchcock. In Panic Room invece la cinepresa prendeva le distanze, raccontava la storia senza parteciparvi.

Il rapporto madre-figlio è ricorrente: mi riferisco al suo primo film per il cinema Il mio Piccolo genio?
Si, anche se in questo film il tema è completamente diverso, o per lo meno non “claustrofobico”. Direi che li accomuna la sofferenza del genitore nella ricerca del benessere completo del proprio figlio. Quella parte di sé che vorrebbe proteggere allo strenuo l’innocenza del figlio e allo stesso tempo l’inevitabile necessità di renderlo indipendente e farlo diventare adulto.

lei ha cominciato a lavorare nel cinema a tre anni: com’è riuscita a restare sempre sulla cresta dell’onda in un ambiente che brucia i talenti tanto velocemente?
Perché sono riuscita a cambiare rapidamente l’approccio che avevo con questa parte di mondo. Ho imparato a conoscere me stessa e a separare i vari punti di vista, quello creativo, quello professionale e quello personale e a sapere cosa mi rendeva felice e cosa infelice. Ho sempre cercato di scegliere ruoli diversi, per crescere dal punto di vista: se si vuole diventare vecchi in questo mestiere bisogna rifiutare ruoli da svampita dai quali non si esce più. Per essere serena ho dovuto dividere nettamente la vita personale da quella professionale, fare meno film e scegliere di farli solo con persone che stimo e nelle quali ho fiducia.

Non deve essere facile gestire una vita professionale ricchissima di impegni come la sua: attrice, regista e produttrice…
In effetti no, ed è per questo che ho deciso di chiudere la mia casa di produzione, sebbene restino in sospeso alcuni film da realizzare.

E la sua carriera di regista?
No, quella non la interrompo al contrario, desidero svilupparla sempre più. La differenza è che prendo più tempo per fare le cose e se qualcosa non va bene all’inizio non mi dispero, com’è successo quando dopo otto anni di lavorazione ho dovuto bloccare la realizzazione di .

Oltre al progetto di Sugarland con Robert De Niro c’è sempre quello su Leni Riefensthal?
Certamente si. La storia della Riefensthal è molto difficile da raccontare: ci sono state tante polemiche riguardo a questo progetto. Ho ritenuto quindi che fosse interessante ascoltare tutti i punti di vista prima di leggere la sceneggiatura completata. Poi, forse, sarà quello il momento di cominciare a girare.