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Intervista a Tim Burton, il folletto di Burbank





26/10/2005 00:10a cura di Antonio Valenzi

Nel descrivere le architetture improbabili delle Città Invisibili, Italo Calvino sosteneva che una città non è importante per le sue sette o settanta bellezze, ma per le risposte che sa dare alle nostre domande. Per un regista e i suoi film potrebbe valere la stessa definizione, specie se il regista in questione è Tim Burton, folletto emerso dal cono d’ombra di un pantheon novecentesco in cui confluiscono fumetti e cinema, la televisione ingenua e prolifica degli anni ‘50/ ’70: ecco cosa ha raccontato a filmfilm, dopo il successo di Willy Wonka e alla vigilia dell'uscita del suo nuovo cartone animato gotico e lunare, La sposa cadavere


Nel descrivere le architetture improbabili delle Città Invisibili, Italo Calvino sosteneva che una città non è importante per le sue sette o settanta bellezze, ma per le risposte che sa dare alle nostre domande. Per un regista e i suoi film potrebbe valere la stessa definizione, specie se il regista in questione è Tim Burton, folletto emerso dal cono d’ombra di un pantheon novecentesco in cui confluiscono fumetti e cinema, la televisione ingenua e prolifica degli anni ‘50/ ’70 e quel sentimento gotico che per secoli si è fondato sulla trasmissione orale di leggende il cui fine, più che spaventare, era la ricerca di un dialogo tra ciò che è visibile e ciò che – per dirla con Fellini - riusciremmo a capire “se solo facessimo un po’ più di silenzio”.






A dire il vero incontriamo Tim Burton per La Sposa Cadavere di cui è ‘solo’ co-regista insieme al giovane Mike Johnson il quale ha raccolto l’idea e le direttive del collega più celebre per realizzare con la propria esperienza un capolavoro di artigianato cinematografico.

Interamente girato in “stop motion” (a passo uno, ovvero con i movimenti fotogramma per fotogramma), il film d’animazione è passato attraverso le maglie del digitale soltanto per pochi e rapidissimi passaggi. “E’ stato necessario” spiega Johnson “in alcuni movimenti tipo quello del velo della sposa o nella scena delle farfalle. Per il resto è tutto vero”. 30 set ed un lavoro di pazienza certosina che in controluce trasmette il messaggio a rallentare i ritmi per fare meglio tutto.

E' chiaro, però, che le attenzioni le catalizza tutte lui, Tim Burton, ideatore e ispiratore di un’altra storia con cui rinnova le doti di affabulatore con l’animo perennemente sospeso tra la dimensione adulta ed un senso di meraviglia fanciullesco in cui realtà e fantasia si fondono fino a dissolvere ogni linea di confine.

Scegliere la domanda con cui iniziare l’intervista è difficile. E allora si parte con la più semplice: Tu sei un bugiardo?. La risposta arriva immediata e divertita, impastata tra una smorfia delle labbra che si aprono verso un sorriso sinistramente conigliesco e lo slang della lingua statunitense: Of course! Certo. Se fai il regista devi esserlo e per forza!
E così, di bugia in bugia, arriva anche la domanda seria.

L’estetica dei tuoi film risente dell’influsso di Mario Bava, ma l’angolazione narrativa è molto onirica, addirittura felliniana. Più visionari i primi, più concettuale il secondo. Ma per te cos’è un autore di cinema?
Hai citato due registi che amo molto. In realtà, almeno così come l’ho vissuta e sperimentata personalmente, entrambi mi provocano uno stato onirico, una condizione di sogno. Sia i film di Fellini che di Bava, pur essendo molto diversi tra loro, hanno questo in comune. Quindi per me un autore di cinema è chi riesce, attraverso strade diverse e personali, a raggiungere questo scopo. Non riesco a descriverla meglio se non attraverso il concetto di una dimensione onirica molto forte, molto viva.

Talmente viva che La sposa cadavere è, per chi ti conosce, una storia ad alto tasso autobiografico.
Oh certo. E’ impossibile per me non riportare nei miei film le sensazioni che alcune situazioni mi hanno lasciato e che vivendole intensamente sono rimaste chiuse nella mia anima. Come facevo, avendo posseduto cani, a non inserirne uno che mi ricordasse il mio? Diciamo che man mano che passano gli anni i personaggi si evolvono di pari passo con la maturazione delle mie sensazioni.

I tuoi sono film per bambini di quarant’anni, ma tu cosa facevi da piccolo?
Appartengo alla generazione di quelli cresciuti con il cinema e la televisione e dunque, se devo essere onesto, di letture ne ho fatte poche. In compenso ho visto molti, moltissimi film, avevo la passione per i film di mostri perché li vedevo come mito, mi attraeva la loro dimensione fantastica e da favola. La mia fonte di ispirazione proviene da lì.

Eppure i personaggi dei tuoi film sono sempre dei diversi per i quali l’happy end non è mai totale. Alla fine restano imprigionati nel loro ruolo, anche se magari alla luce di una nuova consapevolezza.
In un certo senso la speranza è proprio questa: per me è la vita è una specie di viaggio spirituale in cui il compito più difficile è restare fedeli a se stessi. Attraverso la crescita, la maturazione si accede ad un livello superiore in cui non bisogna tradire la propria natura. Ma non so se ho capito bene la tua domanda.

Si, esattamente…
Mi fa piacere che si noti questo perché per me è un punto fondamentale nella vita privata ed è normale che la riversi nei film che giro.

E così facendo dai libero sfogo alla fantasia. Nel fare questo ti senti un folletto –magari dispettoso-, un mago oppure il proprietario di un circo?

(Burton si abbandona ad una risata molto aperta, poi si ricompone e col sorriso ancora sulle labbra risponde) Non sono in grado di poterlo dire. Sento di avere in me una parte di ognuno dei personaggi che hai detto, cucite con ago e filo. Poi a seconda delle giornate emerge un aspetto piuttosto che un altro.

Insomma, sei come uno dei tuoi ‘mostri’ che, a quanto pare, preferisci far interpretare a Johnny Depp. Con La Sposa Cadavere, in cui – nella versione originale - dà la voce al protagonista Victor, se non sbaglio è già la quinta o sesta volta che lavorate insieme e nell’ultimo anno addirittura in due produzioni [La Fabbrica di Cioccolato- n.d.r.]
Con Depp ho un bel rapporto proprio per questo. Quando ci siamo incontrati la prima volta per Edward Mani di Forbice era poco più che un ragazzino, un attore teen ager che faceva cose per la tv e non era neanche tanto conosciuto. Mi piacque di lui la sua disponibilità a farsi truccare, si faceva fare di tutto: il pallore del viso, gli occhi tristi, si faceva ricoprire di cicatrici o pettinare con acconciature improbabili. Capii che quello era l’inizio di una grande carriera d’attore. E’ come un caratterista, gli piace cambiare, trasformarsi e in questo lo trovo straordinario.

I tuoi film non sono solo fantasia o atmosfere gotiche. Ripensando a Mars attack’s! si ha l’impressione che spesso siano un frullato delle tante icone della cultura pop. Cosa getteresti via e cosa terresti del XX secolo?
Non so se gettare sia il termine giusto, però mi sento molto estraneo a cose tipo la politica o la burocrazia, mi sembra che siano fatte apposta per complicare la vita delle persone. E quanto alle cose che vorrei tenere c’è sicuramente il cinema. Non smetterò mai di pensare che questa sala buia dove si proiettano ombre, sospesa dal resto del mondo, sia un luogo assolutamente magico.

L’intervista finisce e con qualche cordiale saluto anche l’incontro con Tim Burton. Subito il folletto di Burbank viene risucchiato insieme ai suoi ampi occhialoni blu dagli impegni del protocollo. Novello Chaplin, se ne vanno lui ed il suo circo verso altri personaggi da ripescare in quell’Altrove indefinito e mutevole di realtà e fantasia ai quali far raccontare un’altra storia che per nessuno come per Burton potrebbe iniziare alla maniera di Hugo Pratt: “C’era una volta e un’altra volta non c’era più. E comunque quella volta c’era…”.