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Parte il festival di Valladolid





29/10/2016 13:10a cura di Renzo Fegatelli

L’India, paese al quale la 61ª Seminci rende omaggio quest’anno, ha presentato due film in concorso. Il primo, di produzione serbo-indiana è Dev Bhoomi (Terra degli Dei) del regista serbo Goran Paskaljevic; il secondo, Anatomy of Violence (Anatomia della violenza) dell’indiana Deepa Mehta. Paskaljevic, alla vigilia dei settant’anni e con circa una ventina di film all’attivo, ha giá vinto tre Spighe d’oro della Seminci. In concorso per la quarta, ha diretto un film che gli è stato suggerito dall’attore indiano Victor Banerjee quando erano insieme nella giuria del Festival di Goa. Dopo aver viaggiato per il paese con l’attore, Paskaljevic ha scritto la storia del film in una notte. Con Banerjee ne ha redatto la sceneggiatura e gli ha chiesto di accettare la parte del protagonista.






La vicenda è semplice: rimanda alla parabola del figliol prodigo, ma la conclusione è totalmente differente. Rahul, dopo aver vissuto quarant’anni in Gran Bretagna, torna nel villaggio himalayano della sua infanzia. Ne era scappato dopo uno scontro del quale era stato considerato responsabile, ma in realtà nasceva da pregiudizi. Infatti avrebbe voluto sposarsi con una donna di una casta inferiore, una danzatrice, sconvolgendo la tradizione. Dopo quarant’anni nessuno lo ha perdonato, soprattutto il fratello che teme sue rivendicazioni sui terreni di famiglia. Voci dissonanti, quelle di un amico e di una giovane maestra. Eventi si produrranno per dimostrare che nulla è cambiato nella mentalità degli abitanti e che ancora vige la tradizione della società divisa in caste.

Immagini notevoli di corsi d’acqua e di catene montuose fanno da sfondo a un racconto rigoroso che dimostra ancora una volta la difficoltá del popolo di liberarsi dalle tradizioni tribali. Nei grandi agglomerati urbani l’informazione riesce a incidere sui cambiamenti sociali, ma sui picchi dell’Himalaya ci vorrá molto piú tempo. Il film lo testimonia raccontando una vicenda in parte prevedibile, ma realizzata con mano sicura e con l’ottimo contributo degli attori.

Deepa Mehta, nota per la sua trilogía Fuoco, Terra, Acqua, prende invece spunto da fatti di cronaca, di stupri e di violenze sulle donne, per descrivere alcuni profili di personaggi marginali che s’incontrano sulla strada e che nel finale commettono lo stupro di gruppo che maggiormente ha occupato le cronache. In sei su un furgoncino danno un passaggio a una ventitreenne che sta per sposarsi. La violentano a turno e la derubano. La ragazza muore dopo pochi giorni. I giovani vengono arrestati e condannati. Quattro alla pena di morte, gli altri a pene minori. Dall’intervista a uno dei quattro si ha un quadro agghiacciante del livello culturale e sociale dei responsabili. Con un candore frastornante dichiara che tutti hanno diritto ad avere rapporti sessuali con le donne, e se una ragazza muore, fa parte del destino. Tutti devono morire, dice. E’ toccato a lei, ora tocca a noi. Quindi fatalitá e rassegnazione hanno prioritá su qualsiasi comportamento sociale o comprensione umana.
Anatomia della violenza mostra anche la drammatica adolescenza dei sei condannati, vittime di abusi e di sopraffazione, che prendono il largo per rifarsi una vita. E la distanza tra abusi subiti e abusi commessi sembra spiegare e non giustificare la violenza. Tra documento e finzione, con giovani attori nei panni dei responsabili, il film aggiunge un tassello alla denuncia di comportamenti primitivi, e spesso criminali, dei quali ancora soffrono molti strati della popolazione indiana.