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Lasse Hallstrom parla di amore, cucina e curry





06/10/2014 08:10a cura di Daria Castelfranchi

Giunto a Roma per presentare la sua nuova commedia culinaria, il regista svedese di Chocolat ha parlato a lungo del suo nuovo film e dell'aiuto ricevuto da un certo collega. Anche in questo film, come in Chocolat, si parla di cucina e si avverte un certo stile francese: da dove arriva questa sua predilezione per la Francia? Chocolat l'ho fatto perché mi piaceva la sceneggiatura. In realtà si tratta di una coincidenza. La sceneggiatura di Amore, cucina e curry mi è stata inviata da Steven Spielberg che doveva dirigerlo ma era già impegnato. Lavorare con lui è stata una bella opportunità: mi ha dato molti spunti per il montaggio. Lo amo più di tutti, dal punto di vista tecnico è il numero uno.






Il personaggio di Hassan vuole emergere, vuole la famosa stella Michelin. Approva questo atteggiamento?
Avere successo nella mia carriera mi piace, è incoraggiante. Gli artisti in fondo sono anime delicate, hanno un'autostima piuttosto fragile e mancano di fiducia in se stessi. Sì, possiamo dire che anche io cerco una stella Michelin...ma non una stella sulla Walk of Fame!

Nel film si dice che “il cibo è memoria”, è d'accordo?
Il cibo è un ricordo potente che può riportarci ad emozioni del passato. Io stesso ho avuto l'esperienza di un gusto che mi ha fatto rivivere un evento di tanti anni prima.

Nei suoi film rappresenta sentimenti molto intensi: c'è un filo conduttore tra le varie opere?
La scelta dei temi varia di anno in anno. All'inizio mi scrivevo le sceneggiature da solo, poi sono andato negli Stati Uniti e ho iniziato a leggere le sceneggiature di altri. Mi piace il mix tra momento emotivamente forte e commedia: secondo me il drama-comedy è la caratteristica più comune della vita. Ho sperimentato varie storie e attraverso gli attori ho cercato di dare un senso di autenticità ad esse.

Anche Amore, cucina e curry è tratto da un romanzo. E' una scelta consapevole, una predilezione?
Anche in questo caso si tratta di una coincidenza. Comunque cerco di essere sempre presente nella sceneggiatura in modo che sia un mio prodotto.

Lavorando in un paese non suo, è stato influenzato da altri componenti del cast tecnico?
Ho avuto delle “note” da parte degli studios e non mi è piaciuto. Ho fatto in modo che finissero. Invece Spielberg mi ha fornito suggerimenti molto positivi. Averlo come produttore mi ha spinto a fare il massimo.

La cultura indiana è centrale in questo film. Lei è stato in India? Cosa l'ha colpita di più di questo paese così diverso?
Può darsi che anche io avessi dei preconcetti. Non conoscevo bene l'India. Vedevo gli indiani come stranieri con cui non mi sarei trovato bene: non sapevo come interagire con loro non conoscendone la cultura. Cosa avrei potuto dire? Come avrei potuto parlare con loro? Ma quando ho conosciuto gli attori sono rimasto entusiasta: si sono rivelati così uguali a noi, così piacevoli, siamo diventati una famiglia. E questo dimostra proprio ciò che racconta il film: abbiamo molte più cose in comune che elementi che ci dividono.