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05/10/2005 21:10a cura di


GIOVANNA MEZZOGIORNO (Sabina)






Ci parli di Sabina, il personaggio che interpreti?

Sabina è il personaggio intorno al quale ruota tutta la vicenda: la sua vita, apparentemente serena, comincia a cambiare nel momento in cui scopre di aspettare un bambino. Fa un sogno sconvolgente, le affiorano ricordi poco chiari, capisce di aver smarrito parte del suo passato e decide di andare a trovare suo fratello negli Stati Uniti, perché sente di dover chiarire qualcosa a livello sentimentale e familiare. Sabina sarà costretta ad accettare la verità per poter poi costruire una vita normale, essere madre, ricomporre il rapporto con Franco - tutte cose che vengono messe in crisi.

Come ti sei preparata per lo studio del personaggio? Hai letto anche il libro di Cristina?

Per preparare Sabina ho letto il libro di Cristina ancora prima della sceneggiatura. L'ho trovato molto intenso e forte, ma anche difficile. Ho aspettato la sceneggiatura con una certa apprensione, perché non è facile che un film sia all’altezza del romanzo. In questo caso il lavoro rispecchiava in pieno l’atmosfera del libro, soprattutto per quanto riguarda l’intrecciarsi delle vite dei personaggi, le casualità, le coincidenze che vengono svelate a poco a poco, la graduale risoluzione dei problemi.
Mi sono preparata seguendo soprattutto Cristina, perché non amo prepararmi da sola e preferisco affidarmi molto alla regia. Di solito, chi dirige un film ha un’idea chiara di come quel film deve essere realizzato e se io accetto di farlo, significa che ho molta stima e fiducia nel regista. Cristina aveva una chiara idea anche di come avremmo dovuto recitare: in maniera non naturalistica e non minimalista, al contrario di quanto accade spesso nei film italiani. Il che non significa utilizzare un tipo di recitazione enfatica, ma soltanto priva di quel minimalismo un po’ sporco che oggi è molto di moda. L'inizio del film è stato difficile perché siamo partiti subito per l'America, e poi per l'Inghilterra per girare le scene con Luigi Lo Cascio che interpreta Daniele, mio fratello. Abbiamo dovuto affrontare subito il nucleo centrale del film, la confessione di Daniele a Sabina, il momento in cui la verità viene a galla, le scene per me più complesse. Ero preoccupata, ma è andato tutto bene. La direzione di Cristina è precisa, e lei è molto disponibile e attenta con gli attori, sempre pronta a rispondere a dubbi e domande. Con Luigi, inoltre, c’è stata una grande sintonia, nonostante non ci conoscessimo e non avessimo mai lavorato insieme.

C'è una scena che ti ha particolarmente colpito? Se c'è, perché?

Di sicuro tutte le scene girate in America, e soprattutto quella in cui Daniele racconta a Sabina ciò che è realmente accaduto nella loro famiglia. Da quel momento in poi Sabina non sarà più la stessa. In realtà la comprensione della verità non avviene all’improvviso, ma gradualmente, attraverso una serie di elementi che si sovrappongono nella mente di Sabina: prima gli incubi che ha a Roma e il fastidio che comincia a provare nei confronti del suo compagno, il fatto che non riesce più ad avere rapporti con lui, poi la partenza per gli Stati Uniti, dove Sabina rivede il fratello dopo parecchi anni e si rende conto di che persona sia veramente. Daniele ha enormi difficoltà con il contatto fisico, non riesce neanche ad abbracciare sua sorella all’aeroporto. Questi problemi condizionano sia la relazione con sua moglie che con i suoi figli. All’inizio Sabina non riesce a mettere insieme tutti questi particolari, ma poi tutto si ricompone, grazie a una frase casuale detta dalla moglie di Daniele la sera di Capodanno. Questa frase fa emergere in Sabina una consapevolezza accumulata giorno dopo giorno, minuto dopo minuto e che alla fine esplode, scatenando una reazione molto violenta. Poi c’è la lunga confessione di Daniele, un’intera nottata che i due fratelli passano insieme. Quello è stato un momento intenso, emozionante e faticoso e credo che il risultato sia molto forte, e che siamo riusciti a fare qualcosa di vero.


ALESSIO BONI (Franco)

Chi sei nel film?

Franco, il ragazzo di Sabina. Franco è un attore. Cristina Comencini non sapeva molto di me. Mi ha confessato che non guarda molto la televisione e non si ricordava del mio ruolo
in “Incantesimo”. Il personaggio di Franco è integerrimo, crede molto nel suo lavoro, vorrebbe fare solo teatro, cinema, e detesta la televisione. Mi sono rispecchiato in lui perché a un certo punto è costretto a lavorare in una fiction seriale in cui interpreta un medico, proprio come “Incantesimo”. Questo sdoppiamento mi ha molto colpito. Anche Sabina è un’attrice, un po' più accomodante rispetto a Franco, lavora soprattutto al doppiaggio ed è lei che mantiene l’appartamento e paga le bollette. Quando il film inizia, Franco non ce la fa più, è da parecchio tempo che non lavora e decide di incontrare un regista di fiction, di fare quindi qualcosa che va contro la sua concezione del lavoro di attore. Il regista, Andrea, interpretato da Giuseppe Battiston, affascina molto Franco: è divertente, sincero, a volte anche buffo, colto, intelligente. Franco decide di accettare il ruolo nella fiction, si fa “corrompere” come dice lui. Il cambiamento di Franco sul lavoro si intreccia con quello drammatico, tragico, di Sabina. A partire dall’incubo, dal tentativo di scoprire quella verità così dolorosa, tutti i personaggi del film si trasformano e non ce n’è uno che, alla fine del film, rimanga uguale a se stesso. È proprio questa la ricchezza del film, l’intersecarsi dell’emotività dei sei personaggi principali. Mi ha colpito, anche nella lettura del romanzo, questa quotidianità che si sviluppa giorno per giorno, tramite emozioni e sensazioni che non si manifestano quasi mai del tutto, che rimangono spesso nell’interiorità dei personaggi. Sono molto orgoglioso di aver fatto parte di questo progetto.

Come sei entrato nel personaggio?

E’ stato un work in progress che ho fatto con Cristina. Lei ha creato il personaggio di Franco, ha scritto il romanzo, la sceneggiatura e poi ha diretto il film e quindi conosceva alla perfezione ogni sfumatura del suo carattere. Tutte le scene, anche quelle che sembravano più facili, per Cristina rappresentavano delle parti importanti di Franco.
Quando ho letto il romanzo e poi la sceneggiatura, la cosa che mi ha colpito di più è stata la confessione che Daniele fa alla sorella, quindi una scena che non mi appartiene, che non ho fatto io, e che mi ha coinvolto come lettore e spettatore. Fra le scene che ho girato io, non saprei dire quale sia stata quella più riuscita, perché ogni momento sul set richiedeva una tensione e una concentrazione elevate, per capire cosa Cristina volesse trarre dalla personalità di Franco, quale parte di lui volesse far arrivare al pubblico, tutte cose che lei sapeva con assoluta precisione. È stata un’esperienza molto singolare quella con Cristina. Non tutti scrivono un libro, ne fanno una sceneggiatura e poi dirigono anche il film. La conoscenza totale che in questo caso il regista ha del personaggio è estremamente gratificante per un attore. Per questo non c’è una scena che sia migliore delle altre.


STEFANIA ROCCA (Emilia)

Chi è Emilia?

E’ una donna di trent'anni che è diventata cieca più o meno all'età di venti e quindi forse non l'ha ancora accettato e vive di solitudine. E' una donna passionale che crede nei sentimenti, per lei l'amicizia e l'amore sono due sentimenti molto importanti. Credo che la cecità già dica tutto: è una persona che vive di ricordi; nel momento in cui ha saputo che sarebbe diventata cieca ha incominciato a imprimersi nella mente il più possibile tutto quello che poteva vedere. E' una donna forte e vulnerabile nello stesso tempo.

Come ti sei preparata a questo ruolo?

Ho visto anche una scena molto particolare e difficile: tu sei affezionata a questo telaio che è la tua passione e devi muovere le mani mentre stai con lo sguardo fisso.
Emilia cerca in tutti i modi di essere indipendente, e per questo rifiuta di uscire, o comunque esce solo con quelle persone che conosce da tanto tempo. È indipendente anche nel suo lavoro con il telaio, che le permette di restare a casa e di non uscire. Per questo ruolo ho passato molto tempo con un'associazione di ciechi a Parigi, ho cominciato a lavorare con loro, ho fatto tutto il training che fanno i bambini quando diventano ciechi. Poi ho cercato di stare due o tre ore al giorno con gli occhi chiusi, fino ad arrivare ad un totale di due giorni: si ha un altro rapporto con la vita; con il giorno, la luce, con i tempi, gli orari: la loro percezione cambia completamente. La produzione mi ha dato un insegnante che mi aiutasse a lavorare con il telaio. Prima ho imparato a usarlo a occhi aperti, poi per acquisire manualità e sentire telaio e fili come può sentirli un cieco, ho cominciato a tapparmi gli occhi.

Come vive Emilia l'amore?

Per Emilia l’amore è legato ai ricordi. Il suo amore non corrisposto per Sabina nasce dal fatto che è la sua migliore amica da tanti anni, l’ha seguita nel suo percorso di dolore e le è rimasta accanto. Avere così tanti ricordi in comune con Sabina non fa che rendere più forti i suoi sentimenti, che le procurano sofferenza, un senso di abbandono e di gelosia.

Sulla preparazione? L'esperienza con i ciechi a Parigi?

E' stato un lavoro interessante, mi ha permesso di entrare in contatto con una realtà che non conoscevo. Mi sono resa conto che quelle persone hanno una grandissima forza di volontà nell’accettare la loro condizione, ma nascondono dentro anche una grande rabbia. Ho imparato che cosa significa vivere tutti i giorni senza poter vedere: per esempio una ragazza cieca mi ha guidato lungo il percorso per arrivare a casa sua, che è quello che di solito i non vedenti conoscono meglio. Io avevo gli occhi bendati ed è stato interessante conoscere i punti di riferimento che è costretto a costruirsi chi non può vedere. I movimenti da compiere lungo il percorso vengono stabiliti a seconda degli odori e dei suoni, perché udito e olfatto ti permettono realmente di “vedere”, di visualizzare nella mente il luogo in cui ti trovi.


ANGELA FINOCCHIARO (Maria) - GIUSEPPE BATTISTON (regista Negri)

Angela Finocchiaro, nel film interpreta il ruolo di Maria, una direttrice di doppiaggio abbandonata dal marito, vero?

A.F.
...Mi metto a piangere...

E' tutto per finta... ci vuoi dire qualcosa del tuo personaggio?

AF:
Maria non è solo stata lasciata dal marito: lui se ne è andato con un’amica della loro figlia, di trent’anni più giovane. Maria, da quel momento è una donna lacerata. È illividita, avvelenata dal rancore verso il marito perché il suo abbandono le ha irrimediabilmente segnato la vita.

Ora possiamo invece chiedere a Giuseppe Battiston, del suo personaggio? Con lui Maria ha un qualche tipo di scambio, ma lo tratta piuttosto male…

GB:
Il mio personaggio è un regista che Cristina Comencini definisce talentuoso, che per campare è costretto a dirigere le fiction, le soap. È anche frustrato, perché la sua vera passione è il cinema. Grazie all’incontro con Franco scopre una nuova carica vitale in sé e comincia a scrivere un film. Andrea è una persona politicamente scorretta, è un personaggio diseducativo: fuma moltissimo, si esprime con un linguaggio colorito, dice delle cose molto cattive, ma anche molto vere.

Come vi siete preparati? Avete utilizzato anche il libro?

AF:
Io il libro l’ho utilizzato tantissimo. Non mi sono limitata a leggerlo e rileggerlo, ma ho preso tutte le cose che descrivevano la percezione che gli altri hanno di Maria e che Maria ha di se stessa, il rapporto che lei ha con il suo aspetto fisico. Ho cercato di ricomporlo e ricostruirlo in funzione del personaggio di Maria. Da questo punto di vista, il romanzo per me è stato fondamentale.

GB:
Io invece ho fatto il procedimento inverso: ho letto prima la sceneggiatura e poi sono andato a leggermi il romanzo per capire il perché di alcune cose, e per avere qualche indicazione in più sul personaggio di Andrea Negri. Dal romanzo, per esempio, è emerso quell’aspetto di scorrettezza che poi è diventato un tratto distintivo di Andrea nel film.

Nel corso della lavorazione c'è una scena che ti ha colpito particolarmente?

AF:
In realtà è l'approccio di ogni personaggio ad ogni scena che mi colpisce. Ci sono delle scene più intense, altre assolutamente liberatorie, ma l’intensità è presente in ogni momento del film.

GB:
Io invece sono molto legato alla scena in cui Negri prende in braccio il piccolo Danielino: mi ha emozionato prendere in braccio un bambino, guardarlo, parlarci. Inoltre credo che quella scena dica moltissimo sul personaggio di Andrea. Sicuramente è una delle cose che ricordo con più affetto; è stata una giornata particolare e forse l’emozione mi ha un po’ frenato, ma sono contento di averla fatta.


LUIGI LO CASCIO (Daniele)

Come ti sei accostato al personaggio di Daniele?

Il personaggio di Daniele è diviso in due parti fondamentali, una parte sommersa e una parte evidente. La sua parte sommersa per me resta enigmatica, oscura. Ci sono delle cose che un attore può arrivare a capire, altre che secondo me sono incomprensibili. Per esempio, si può arrivare a capire un lutto, perché tutti quanti abbiamo provato l’esperienza della perdita di una persona cara, ma l'evento accaduto a Daniele, determina talmente tante conseguenze nella formazione dell'identità di una persona, che non si può, né coi libri, né con l’intuizione, capire effettivamente cosa succede. La seconda parte del personaggio, quella evidente, rappresenta gli effetti che una vicenda così drammatica ha avuto su Daniele. È degli effetti che mi sono occupato io, e sono gli effetti che noi vediamo nel film: Daniele è un professore che insegna in un’università americana, una delle più prestigiose, vicino Washington. Nel libro la scelta di Daniele di diventare professore universitario è molto approfondita, ma nel film tutto è raccontato per immagini e per cenni;
si capisce che la decisione di Daniele di fare il professore universitario ha a che vedere con il rapporto col padre, anche lui insegnante, ma alle superiori. Daniele, oltre alla sua superiorità rispetto al padre, vuole dimostrare che la cultura e la vita possono coincidere.
Quando incontriamo Daniele per la prima volta nel film, è un individuo bloccato, non riesce ad avere un rapporto con i figli, non riesce neanche a toccarli. Ha un rapporto difficile anche con il proprio corpo. Un altro tema importante del film è proprio il tentativo di convivere con questo dolore, cosa conviene fare quando si vive un’esperienza così traumatica. Si può dimenticare tutto, oppure parlarne, tirarla fuori, e cercare di ricostruire qualcosa sulle macerie. L’arrivo di Sabina mette Daniele di fronte al dubbio se raccontarle o meno il loro destino comune. Un altro elemento importante del personaggio di Daniele è il desiderio di vendetta, che lo spinge a prendere una decisione molto fredda nei confronti del padre. Anche a distanza di anni, resta un rancore molto forte, che magari potrebbe sembrare eccessivo, ma che credo sia profondamente umano.

C'è una scena del film che ti ha particolarmente colpito? C'è una situazione nella quale ti sei sentito più dentro al personaggio? E se c'è, perché?

Di solito non utilizzo categorie come "stare dentro un personaggio": per me il personaggio è sempre un altro essere a cui do ospitalità, io mi faccio da parte, lascio questo supporto corporeo, vocale, di nervi, di sensibilità, di intelligenza, e faccio in modo che quest’altra creatura esista, perché non rimanga una “larva”, un’idea nella mente dello scrittore o del regista. Il mio rapporto col personaggio è fatto di intuizioni che avvengono al momento. Daniele, sia nel libro che nel film, si conosce gradualmente, è sempre molto elusivo, non parla, non comunica, si nasconde e poi, all’improvviso, c’è questa lunga confessione. Per me sarebbe semplice dire che la scena che mi ha colpito di più è quella in cui racconto tutto a Sabina, perché c'è emozione, c'è il ricongiungimento con la sorella, c'è la rimozione di un blocco. Il personaggio di Daniele si rivela proprio in quel momento e le scene che vediamo prima sono come una preparazione alla confessione. Però sono rimasto molto colpito dalla scena in cui la moglie di Daniele cerca di aiutarlo a recuperare la sua paternità, ad avere un rapporto normale con i figli, senza reticenze, distanze e paure: i due fanno una specie di piccola recita, in cui la madre porta il bambino davanti a Daniele e lui gli dà il bacio della buona notte, gli fa una carezza. Mi piaceva il modo in cui la scena analizza il rapporto fra le cose vissute realmente e le cose recitate: la recita non reggeva, era soltanto una pantomima. Non poteva avere effetti profondi il fare finta di essere padre, non è una questione esteriore, c'è un lavoro più profondo da fare, che sicuramente inizierà a partire dalla confessione.

C'è una differenza nell'essere diretto da una donna piuttosto che da un uomo? C'è qualche cosa che dal tuo punto di vista cambia?

No. Il rapporto tra regista e attore è fondato su una differente posizione, su dei ruoli ben precisi, ed eventualmente sull'amicizia che può esserci o non esserci. C’è il regista e c’è l’attore, autore ed esecutore. Il secondo, magari, è in grado di portare qualcosa che il regista inizialmente non aveva concepito e che scopre attraverso l'attore. Il maschile e il femminile possono avere a che fare con la formazione della personalità del regista o della regista, ma la relazione tra attore e regista è asessuata.