La migliore risorsa italiana sul mondo del cinema
ricerca film:


Galleria fotografica

Artisti correlati:

Cristina Comencini

Cristina Comencini

Film correlati:

La Bestia nel Cuore




La Bestia nel Cuore - Intervista a Cristina Comencini





05/10/2005 21:10a cura di


CRISTINA COMENCINI (regista)






Cosa racconta La bestia nel cuore?

Il film è tratto dal mio ultimo romanzo. Racconta la storia di Sabina, un'attrice che non ha avuto molto successo e lavora come doppiatrice. Vive insieme a Franco, anche lui attore, sono innamorati l'una dell'altro e la loro vita è abbastanza serena.
Una notte, Sabina ha un incubo che la riporta indietro nel tempo. Il sogno sembra rimandare a un episodio angoscioso, terribile e violento, avvenuto quando lei era ancora una bambina. Tutta la sua vita comincia a cambiare, anche il rapporto con Franco.
Sabina cerca di scoprire se nell’incubo ci sia qualcosa di vero e interroga la sua migliore amica, Emilia, una ragazza che ha perso la vista e che vive isolata dal resto del mondo. Con il suo aiuto, Sabina cerca di mettere ordine fra i suoi ricordi, ma le sembra che gliene siano rimasti ben pochi. Decide allora di parlare con il fratello Daniele, che vive da molti anni in America, e parte per gli Stati Uniti, dove riuscirà a scoprire cosa si nasconde dietro l’incubo che la tormenta. Nel frattempo, in sua assenza, i destini delle persone che ha provvisoriamente lasciato si intrecciano, come se la ricerca della verità di Sabina coinvolgesse indirettamente tutti quelli che le stanno accanto.

Quale caratteristica porta al suo personaggio ogni attore in questo film?

Il centro del film è Sabina, ma gli altri personaggi non sono secondari: Franco, Emilia, Maria (una collega di lavoro di Sabina che è stata da poco abbandonata dopo vent’anni dal marito per una ragazzina che ha l’età della loro figlia), Daniele, tutti sono in parte collegati all’angoscia di Sabina, ma hanno anche un’esistenza autonoma rispetto a lei, un proprio percorso all’interno del film. Il personaggio principale è il tramite attraverso cui si sviluppano le loro storie personali, e contemporaneamente, queste storie personali rimandano sempre alla situazione centrale del film.

Se dovesse raccontare il film in un minuto, che scena del film sceglierebbe? E se dovesse invece raccontare il libro con una pagina, che pagina sceglierebbe?

Se dovessi raccontare il film in un minuto direi: è la storia di una donna che ha un grande incubo che la mette in contatto con una parte di sé che non conosce e arriva a stravolgere tutta la sua vita. Scoprendo la verità, potrà ricominciare a vivere. La scoperta di una verità lacerante è un elemento che tutti i personaggi hanno in comune: ognuno di loro potrà costruire qualcosa di nuovo solo dopo che questa verità sarà stata svelata. Non a caso, il momento più intenso del film, il suo apice drammatico, è la confessione che Daniele è costretto a fare a Sabina.
Anche nel libro il momento in cui si scopre la verità è quello più importante. Sia con il romanzo che con il film volevo raccontare il fondo oscuro di ognuno di noi. Qualcosa che ci portiamo dentro sin da quando siamo bambini, o forse anche da prima. Un’origine comune della nostra affettività, dell’amore, di tutti i nostri legami, un’energia che fa parte della natura umana e non ha connotazioni positive o negative, ma cui noi dobbiamo dare un volto, una forma che non ci faccia soffrire e che riesca a colmare i nostri vuoti. La storia di Sabina e Daniele coinvolge tutti i personaggi e li mette in contatto con il loro fondo oscuro.

Durante la lavorazione cosa ha trovato difficile da realizzare?

Il film è stato molto complicato: lo abbiamo girato in 11 settimane, in pieno inverno, in America, in Inghilterra e poi a Roma, nel Salento e a Cinecittà, dove abbiamo fatto tutti gli effetti dell'acqua. È stato un lavoro estremamente faticoso, ma anche coinvolgente: proprio perché si tratta di un film denso, forte, emotivo, durante la sua lavorazione mi sono chiesta dove fosse la verità e come riuscire a renderla attraverso il cinema. In un libro non sei costretta a mostrare tutto, hai molti più strumenti, molto più tempo per andare in profondità. Da questo punto di vista è stato importantissimo il lavoro degli attori, che hanno corrisposto alle loro parti in maniera eccezionale. Ognuno di loro aveva letto il libro e quindi aveva la possibilità di conoscere del proprio personaggio molte più cose rispetto a quelle che avrebbe poi dovuto recitare. Sono stati anche molto conservatori, non volevano che io cambiassi nulla, mentre a me sembrava giusto che il libro venisse adattato. Tutti gli attori hanno fatto un lavoro di scavo e sono riusciti a dare ai loro personaggi una grande profondità umana.
Un altro elemento fondamentale del film è stato l’ambientazione: con tutto il reparto “estetico” abbiamo fatto un lavoro molto particolare, perché La bestia nel cuore non è un film realistico, ma psichico. Paradossalmente, l’unico set che sembra reale è quello televisivo, forse perché la nostra realtà, ormai, è la televisione. Le altre ambientazioni, soprattutto la “casa dei morti”, la casa dell’infanzia, danno invece l’impressione di un universo del tutto psichico, costruito appositamente per il cinema.

C'è una scena cui è particolarmente legata?

Ce ne sono parecchie: una scena piena di atmosfera è quella in cui Emilia (Stefania Rocca), seduce Maria (Angela Finocchiaro). È in piano sequenza. E' una scena molto calda e vera, credibile: tenera e allo stesso tempo sensuale.
Poi, c’è la scena della confessione che Daniele fa a Sabina e, subito prima della confessione, la scena fra i fuochi d’artificio, in cui Sabina esce e chiede urlando al fratello che cosa è accaduto. L’abbiamo girata soltanto due volte, perché Giovanna Mezzogiorno era così concentrata che è riuscita a farla subito.
La sequenza dell’incubo è stata realizzata a più riprese: per prima cosa ho girato con la bambina. È stato davvero difficile, non volevo turbarla in nessun modo. La scena andava poi inserita nello schermo della sala doppiaggio. Tutta la sequenza si basa dunque sul rapporto fra realtà e finzione cinematografica. È stata una parte del film a cui ho pensato molto e che non si è sviluppata del tutto sul set, ma è stata completata durante il montaggio.

Che sensazione si prova scrivendo un libro e poi vedendo alla fine la realizzazione del film?

Non credevo che avrei mai tratto un film da uno dei miei libri. I romanzi che ho scritto raccontano di solito avvenimenti che si svolgono in un arco di tempo molto lungo e c’è il rischio che al cinema, queste storie diventino dei “polpettoni”.
E poi ho sempre scritto i romanzi proprio perché, a differenza del cinema, nei libri potevo dedicarmi al puro piacere della parola scritta. In questo caso però sono subentrati diversi fattori: nel libro c’era già il cinema, i personaggi sono attori; inoltre il racconto occupa un periodo di tempo breve, i nove mesi di attesa di un bambino. Ho pensato che il cinema potesse aggiungere al libro qualcosa di nuovo. Anche gli attori sono riusciti a trasformare enormemente i personaggi, rendendoli autonomi rispetto a quelli del libro. E tuttavia, nonostante tutti i cambiamenti, le cose che abbiamo tolto e le scelte puramente cinematografiche che abbiamo fatto, rivedendo il film adesso, mi sembra che l’atmosfera presente nel libro si possa ritrovare anche nel film.

Gli effetti con l'acqua?

E’ stato un problema che abbiamo dovuto affrontare con Paola (Comencini, ndr), gli operatori e la produzione: nessuno in Italia ha una grande esperienza di riprese con l’acqua. Persino Vajont è stato realizzato soprattutto con effetti digitali. Noi invece abbiamo allagato la casa davvero. Nel Teatro 5 di Cinecittà c’era già la casa dove giravamo gli incubi, un ambiente del tutto irreale perché a seconda dei ricordi, la casa prende forme diverse: spariscono i corridoi, le stanze cambiano posizione, in una geografia che non ha nulla di realistico ed è del tutto emotiva. Questa è stata un’idea di Paola, molto bella. Oltre a girare in questa casa distorta dai ricordi, avevamo anche parti di casa costruite sui ponteggi con l’acqua sotto. Gli effetti erano diversi: uno di essi consisteva nel fare scendere nell’acqua una grande pedana con tutti i mobili sopra, che dovevano restare fermi e essere completamente seppelliti dall’acqua. La prima volta che abbiamo fatto scendere la pedana, nulla è rimasto al proprio posto, la forza dell’acqua è stata tale che ha travolto tutto quanto. Abbiamo dovuto inchiodare i mobili, i libri, i quaderni, tutto quello che faceva parte della casa e alla fine siamo riusciti a ottenere l’effetto che volevamo. È stato interessante girare un film così intimista, utilizzando però degli effetti da film catastrofico.

Ci sono delle cose che ha scoperto al montaggio e che non aveva "visto" quando ha scritto e quando ha girato?

La scoperta più grande, in fase di montaggio, è stata la “casa dei morti”. Di solito, mentre giro, io ho già il montaggio in testa, però la scena dell’incubo è venuta fuori in tutta la sua forza solo dopo che avevamo assemblato il materiale. Il resto del film l’ho vissuto moltissimo sul set. La maggior parte delle scene era già chiara durante le riprese, e nessuna di esse ha avuto bisogno di molti ciak. È stato un film in cui si è sentita una forte complicità fin dall'inizio: gli attori stavano spesso insieme, andavano a cena tutti insieme e addirittura Stefania Rocca e Angela Finocchiaro si vestivano allo stesso modo. Mi ha ricordato un po' quello che succede a teatro quando si instaura una solidarietà umana con il gruppo degli attori, con il regista, con i tecnici.