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Alessandro Colizzi e il suo Patatrac





09/01/2014 12:01a cura di Valerio Salvi

Alessandro Colizzi, coautore e regista di Patatrac – Il sesso dopo i figli ci parla del suo personalissimo progetto e di come è riuscito a “portare a casa” questo film in cui credeva molto a dispetto di pressioni e compromessi. Patatrac è un film autoprodotto e a basso budget, ma in cui credo molto e quindi credo / spero che troveremo un distributore. Volevo comunque un’opera “mia” senza i lacci e i paletti che una grande produzione tende a metterti per necessità di botteghino. Questo può essere il male del cinema, il fatto che ci si omologhi ad un prodotto giudicato vincente. Io fortunatamente posso vivere senza questo lavoro e quindi posso mantenere una coerenza e fare le cose in cui credo veramente. Non è un caso se l’ultimo film l’ho fatto 10 anni fa.






Abbiamo scritto un libro, insieme a mia moglie (Silvia Cossu), con l’idea già di fare un film e quindi con tutto questo materiale abbiamo ricavato la storia di 5 coppie che sono comunque collegate in qualche modo dal fatto che il protagonista, Valter Leonardi, è un regista che deve fare un film su questo tesso argomento.
Potremmo dire che è una sorta di mio alter ego, ma non è proprio così.
Non è comunque un film autobiografico, siamo partiti da l’idea del nostro rapporto, stiamo insieme da 25 anni, ma poi abbiamo spostato l’attenzione altrove.
Non è un film sulla crisi della coppia o del post matrimonio. In realtà volevo fare un film sulla crisi post nascita dei figli, sembra quasi che la sacralità dell’arrivo di un figlio non consenta di parlare delle crisi che porta. Si tratta invece di trovare un nuovo modo di vivere la vita con il proprio partner.
Diciamo che i figli spesso portano delle piccole catastrofi.
Diciamo che le persone non parlano di queste problematiche e quindi le cose poi non si risolvono

Io credo che la possibilità di fare i prodotti in cui credi e le cose che vuoi sia essenziale. Conosco molti amici che hanno magari fatto un grande film d’esordio e poi per necessità di vita si trovano a fare sempre televisione e ne rimani prigioniero.
Purtroppo si lavora solo per i film di cassetta e non c’è più quel modo di fare di una volta in cui facevi film per il botteghino e altri più particolari.
Quando, ad esempio, abbiamo portato questo film in RAI, loro ci hanno detto facciamo la storia di due diciottenni che si amano e poi “patatrac” lei rimane in cinta… E io ho pensato, ma davvero vogliamo fare questa cosa? Non ci sono più i diciottenni che mettono su famiglia, ormai sono i trentenni e io pensavo ai quarantenni.

Magari il pubblico è stanco di questo, ma i produttori sono convinti che non sia così.
Quando ero piccolo io ho vissuto un cinema che non c’è più: Scola, Antonioni, Visconti, ma anche Zampa. C’era tutto, c’erano i generi, ora è tutto più appiattito è tutto un po’ azzerato in ragione di un’idea di botteghino.
Alla fine preferisco pubblicare un libro o fare un film ogni 10 anni, ma in cui mi riconosco.

Per questo Patatrac e poi figlio di tutto questo e quindi con un casto di persone che non badavano al compenso ma che volevano fare qualcosa insieme in cui credevano. Nicoletta [Romanoff] è stata fantastica e si è appassionata al progetto ed Euridice [Axen] una vera scoperta visto che aveva fatto solo e sempre televisione, però aveva un grande sponsor: mio figlio –che ha 10 anni- e l’aveva vista in “RIS”.
Anche io ho girato tutto con la macchina a mano per essere velocissimi e ridurre i costi e alla fine funziona bene perché gli da anche un effetto documentario.