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Paolo Franchi e la sua estate… un vero inverno per il cinema





14/11/2012 14:11a cura di Valerio Salvi

Paolo Franchi tenta di giustificare l’esistenza in vita (discutibile) del suo ultimo film: E la chiamano estate di fronte ad una platea di giornalisti attoniti. Il clima non è certo quello conviviale che autore e produttore (Nicoletta Mantovani) si sarebbero aspettati perché l’opera ha un ritmo del tutto impresentabile e ci si chieda come un film simile sia potuto essere ammesso al Concorso.






Le domande incalzano il regista che invece di scendere nell’arena e confrontarsi con i “leoni” preferisce restare “Commodo” sugli spalti e dispensare citazioni dotte sperando così che la sua corazza culturale lo salvi dal tracollo.
Non da meno è la produttrice, abituata al plauso delle folle di pavarottiana memoria, che cerca nella parola “autore” e nell’aggettivo “autoriale” la scappatoia per salvare una cosa veramente brutta… il suo film.

Dopo lunghi tentennamenti Franchi finalmente getta la maschera dicendoci “l’arte è egoista”, bisogna fare qualcosa di diverso per evitare l’omologazione e la ricerca di nuovi canoni, di nuove storie è l’unica via.
E’ la sperimentazione, come quella di questo lavoro, l’unica cosa che ci può salvare.
Si tratta di una storia ciclica, con tempi a cui forse non siamo più abituati.

Anche l’attore protagonista, Jean-Marc Barr si erge a paladino della pellicola dando praticamente dei bacchettoni a tutti i denigratori che non hanno saputo cogliere la carica eversiva del messaggio.
Messaggio che non è mai stato in discussione, visto che più che altro è la forma che lo rende impresentabile.