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25/06/2012 00:06a cura di Valerio Salvi

Al St. Regis Hotel di Roma, si è tenuta la conferenza stampa dell’attesissimo film The Amazing Spider-Man, che ha visto la partecipazione del regista Marc Webb, degli attori Andrew Garfield, Emma Stone e Rhys Ifans e dei produttori Matt Tolmach ed Avi Arad. Quanto è stato impegnativo un film come The Amazing Spider-Man? Avi Arad: Siamo un team molto unito e l’impegno verso Spider-Man dura da dodici anni, coinvolgendo persone che hanno amore e rispetto per il fumetto. Ci ha fatto molto piacere avere un cast innamorato dal personaggio: abbiamo delle foto di Andrew con il costume di Spider-Man a tre anni di età, e anche Emma si è immersa nel suo personaggio. Se metti insieme tutti questi ingredienti, la lavorazione diventa facile.






Matt Tolmach: La scelta del 3D ha cambiato la natura della regia e della lavorazione: all’inizio è stato difficile perché il 3D è una tecnologia innovativa, ma è stato anche un processo affascinante. Il 3D è una nuova forma di narrazione, un modo per avvicinare il pubblico ai personaggi.

Marc Webb, qual è stato il tuo approccio al personaggio di Spider-Man per realizzare il film?
Io credo che Spider-Man sia un personaggio iconico e leggendario. Se consideriamo la sua storica tradizione nel mondo dei fumetti, la sua posizione è diversa rispetto a Harry Potter. Spider-Man ormai è in giro da cinquant’anni e offre tantissime storie da raccontare. La nostra è una storia diversa che ha attirato subito il mio interesse, per esempio spiega cosa è successo ai genitori di Peter Parker. Ho cercato di adottare un tono più naturalistico, ed è stato importante capire il personaggio in maniera realistica, partendo dalla perdita dei suoi genitori: questo mi ha consentito di esplorare temi nuovi e inediti.

Marc, come hai gestito l’intreccio fra cinema e fumetto e come ti sei confrontato con la versione di Sam Raimi?
Credo che Sam Raimi abbia fatto un bellissimo lavoro nel rimanere fedele alla versione originale di Stan Lee. C’è un linguaggio cinematografico nei fumetti, simile agli storyboard, e Sam ha fatto un ottimo lavoro, ma noi volevamo utilizzare un linguaggio diverso. Ci siamo ispirati ad alcune immagini dei fumetti per il linguaggio visivo, ma non ritengo possibile replicare in tutto i fumetti. Quello che ci vuole è trovare attori coscienti e spontanei, impegnati a fornire un ritratto realistico dei personaggi, e questo è il tono che abbiamo scelto. I fumetti invece tendono ad avere un altro approccio, sono dimostrativi da un punto di vista visivo, mentre noi volevamo avere più sfumature e abbiamo puntato soprattutto sulle interpretazioni degli attori.

Per il film ti sei ispirato in particolare al fumetto Ultimate Spider-Man? Quali sono state le tue fonti?
Credo che esista un aspetto iconico della figura di Spider-Man che deve essere rispettato, ma bisogna anche costruire dei nuovi aspetti della storia da offrire al pubblico. Ultimate Spider-Man ha costituito una grande ispirazione per diverse dinamiche: abbiamo parlato molto con Andrew Garfield del fumetto. Il film è stato complesso, volevamo realizzare un’opera indipendente. Per Gwen Stacy abbiamo preso diversi elementi della versione originale del personaggio. Insomma, il nostro film non è un adattamento filologico della serie Ultimate Spider-Man.

Come avete sviluppato il tema del senso di responsabilità di Spider-Man?
Mi piace l’idea del personaggio che si evolve lentamente, comprendendo pian piano i vari aspetti di se stesso. Ci sono varie parti della storia che permettono a Peter di imparare varie lezioni, e in alcuni casi si tratta di eventi importanti. Mi piace l’idea di lasciare al personaggio lo spazio per crescere nei prossimi film.

Avete avvertito la pressione di rispettare i vostri personaggi? Qual è il vostro rapporto con i fan?
Emma Stone: Ovviamente da parte nostra c’è una grandissima responsabilità nei confronti dei fan di Spider-Man, ed è qualcosa su cui ho riflettuto fin dall’inizio. Da bambina avevo letto i fumetti di Spider-Man ma non conoscevo Gwen Stacy, ho cominciato a scoprirla davvero grazie al film. The help mi ha permesso di imparare come svolgere il miglior lavoro possibile per dar vita ai miei personaggi. Non potevo soddisfare tutti i fan di Gwen, ma potevo solo fornire la mia personale versione del personaggio.
Andrew Garfield: Io credo che i fan di Spider-Man siano il pubblico più importante. Se riuscissimo a soddisfare innanzitutto loro avremmo già ottenuto un bel risultato, perché questo farebbe sì che il personaggio viva davvero. Ho sentito una fortissima pressione in questo costume, ma era una pressione fantastica. È stato positivo che fossi un fan di Spider-Man, perché provo una profonda empatia per i fan di Spider-Man.

Rhys, come hai costruito il personaggio di Lizard? Sei d’accordo che misceli aspetti dei villain di Batman e di Shakespeare?
Innanzitutto, Bat chi? Sia Mark che io volevamo presentare il dottor Connors non come un semplice scienziato pazzo: all’inizio infatti è una persona con un’etica, che vuole portare benefici all’umanità e conosceva molto bene la famiglia di Peter Parker. C’è una sorta di magia dietro la scrivania dello scienziato, come nel caso del dottor Jekyll e mister Hyde. Abbiamo voluto mostrare cosa accade dietro questa scrivania: abbiamo di fronte un uomo che guadagna il braccio ma perde la testa. C’è un topos shakespeariano in cui il villain si rivolge direttamente al pubblico, spiegando cosa prova e come agirà; questo elemento nel film è trasferito alla macchina da presa, e voi siete il pubblico. Il villain può così avere momenti di soliloquio per chiarire le sue scelte morali.

Rhys, sul set eri quello con più esperienza. Non ti sei sentito come una sorta di guida per i due attori più giovani?
Rhys Ifans: Non mi sono sentito come un faro, sono sempre stato colpito dalle performance di questi due giovani attori incredibili. È stato fantastico lavorare con loro, erano sempre molto impegnati dal punto di vista fisico ed emotivo.

È stata dura preparasti fisicamente per questo ruolo e ci sono stati migliori di altri?
Andrew Garfield: Avevo tre anni la prima volta che mi sono mascherato da Spider-Man, era un momento fantastico. Mettermi la tuta per questo film è stato molto diverso, avvertivo un’enorme pressione, tanti soldi che giravano, e volevo assicurarmi di fare la cosa migliore per il personaggio. Per me era importante recuperare la stessa emozione anche su un grande set, e per fortuna ho potuto sentirmi libero di sperimentare e divertirmi come quando ero bambino, perché questo fa parte del personaggio. L’ho preso molto seriamente, era una cosa importante e ce l’ho messa tutta. Ci sono stati anche momenti di leggerezza e di gioia, un cast incredibile, e sono stato orgoglioso di trovarmi con questi attori fantastici, soprattutto Sally Field, un’equipe strepitosa.

In che modo il personaggio di Spider-Man è entrato a far parte della società americana?
Marc Webb: Stan Lee ha creato qualcosa di trascendentale con questo personaggio. In lui c’è una componente utopica: Spider-Man è il guardiano, l’amico del quartiere, ha un costume colorato, e i bambini avvertono un legame quasi primordiale nei suoi confronti. Non so perché sia così, ma Stan Lee ha toccato delle corde universali. Spider-Man è l’unico supereroe il cui costume copre tutto il corpo e non lascia vedere il colore della pelle; chinque potrebbe immedesimarsi in Spider-Man e quindi a maggior ragione c’è un’universalità in questo personaggio, come dimostrano anche le attestazioni di affetto da tutti i paesi del mondo.