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Daniele Vicari all'Open Roads FF





13/06/2012 11:06a cura di Donatella Codonesu

Daniele Vicari: quando il cinema è un impegno civile
Il regista è ospite a Open Roads con il controverso Diaz - Don't clan up this blood. Il sottotitolo è già un pugno nello stomaco, per questo film controverso che vede la luce a undici anni dal tragico G8 di Genova, definito da Amnesty International come "la più grave sospensione dei diritti demoratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale". Ultima opera di Daniele Vicari, caratterizzata come sempre da un impegno socio-politico e da una grande attenzione alle azioni di cui è capace l'essere umano nei confronti dei propri simili, "Diaz" vince il premio del pubblico al Festival di Berlino 2012 e approda ora ai festival americani.






Un film difficile, frutto di ricerche ed indagini presso i testimoni oculari. Quali sono
state le complicazioni nel costruirlo?

La cosa più difficile del film è stata renderlo semplice, perché potessero vederlo tutti. Un film duro, certo, ma il grande sforzo fatto scrivendo è stato portarlo alla portata di tutti.
Il lavoro di lettura degli atti è stato molto Abbiamo scelto 130 storie che incrociandosi potessero costruire un percorso unitario.
Storie rintracciate sia leggendo gli atti che intervistando i testimoni che erano meno
rappresentanti nel processo. Ci sono alcuni personaggi del film ha non sono entrati nel processo per esempio perché non sono stati arrestati. Poi ho incontrato una decina di persone che erano dentro la diaz, molti stranieri, per un semplice motivo: il 70% delle persone dentro la diaz erano stranieri solo 14 su 93 arrestati erano italiani.
In sala mi capita spesso di avere in sala persone collegate ai protagonisti.
Ho incontrato anche poliziotti, carabinieri. Un'esperienza ainteressante, non tanto per sapere, anche perché chi è sotto processo non dice cose diverse, ma è stato interessante per me guardare negli occhi i protagonisti. Poi mi sono fermato perché avevo accomulato un livello di tensione emotiva intollerabile. Quando ho incontrato la ragazza tedesca....

Come si esce da un'esperienza del genere?
Con una consapevolezza maggiore della fragilità di quella cosa che chiamiamo democrazia. Noi per fortuna la diamo per scontata, ma per sfortuna non lo è.
L'universalità del film sta in questo e nella riduzione a cosa di un essere umano. Il nocciolo di questa storia è il fatto che alcuni esseri umani sono stati umiliati, fino quasi a mettere in discussione la loro identità di persone fisiche. È un discorso quasi antropologico: chi detieneeco potere e non ha limiti, abusandone distrugge il senso stesso della parola essere umano, distrugge l'idea, da tutti condivisa in occidente, che vuole che i principi civili vengano salvaguardati, per cui anche in fase di arresto vada rispettata ad esempio l'integrità fisica e psicologica dell'individuo. Tutte le democrazie sono basate su questi principi fondamentali, vederli calpestati in questo modo fa riflettere.

Parliamo quindi di responsabilità individuali, ma in questo caso c'è anche un apparato gerarchico che contribuisce alla tragedia...
Infatti io racconto le relazioni tra i comandi e i poliziotti semplici, quale il meccanismo psicosociale porta alla sopraffazione: sfida reciproca, con l'altro da te, il ruolo di potere giocato fino all'esasperazione, l'individualismo estremo: un miscuglio che porta al disastro.
Il cinema serve a questo in fondo, ad osservare l'indicibile. La cronca la fa il giornalismo, la televisione... l'indicibile va narrato.

Essere all'estero con un film di questa portata è una grande responsabilità: come la vivi?
La vivo bene, il fatto che si sia potuto girare questo film, anche se con grande difficoltà, significa che una dialettica demoratica è ancora possibile. Qui in America poi, giá a Seattle è stato accolto con grande interesse dal pubblico, con una sessione di domande infinita: le persone vogliono capire il senso di quanto è accaduto, il che era poi il mio obiettivo. In Italia invece i dibattiti vertono sulle responsabilità, su chi ha fatto cosa, perché siamo troppo vicini ai fatti, troppo coinvolti e siamo abituati a dare una lettura politicista dei fenomeni. Ma non è compito del cinema sviscerare la cronaca, il cinema deve guardare il lato oscuro delle cose, non chiarire i fatti. Certo, il Diaz parte dalla cronaca, da un reportage, ma poi viene inverato in una forma narrativa che ha un altro scopo.
È stato venduto nei paesi dell'Est Europa, nei paesi Europei e ora in Canada, in Brasile e ora stiamo cercando di distribuirlo anche in America; mancano ancora i paesi asiatici.

Prossimi progetti?
Sto finendo un film documentario, "La nave dolce", la storia della nave Vlora che ha trasportato in Itala nel 1991 20.000 albanesi che hanno sequestrato una nave facendosi trasportare a Bari. Il film-documentario, che uscirà spero in autunno, racconta questo viaggio.

Pubblicato in America su www.oggi7.info