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Richard Gere presenta I Giorni del Cielo





04/11/2011 11:11a cura di Daria Castelfranchi

Giunto nella capitale per ritirare il Premio Marc’Aurelio all’Attore, Richard Gere ha intrattenuto una lunga conversazione con la stampa e ha parlato del suo mestiere e delle sue priorità: la famiglia e i suoi maestri buddisti.







Richard, cosa rappresenta per lei questo premio e come è cambiata Hollywood dai tempi del film di Malick a oggi?
Amo l’Italia e amo Roma: pensate che il primo premio internazionale che ho ricevuto è stato il David di Donatello per la mia interpretazione in The days of heaven. Generalmente questo tipo di premio si dà a fine carriera, io invece lo considero un premio di incoraggiamento. Quanto ai cambiamenti, ho fatto film nell’epoca d’oro, tra gli anni ’60 e gli anni ’80: allora gli studios erano pronti a rischiare e si riuscivano a fare bei film con pochi soldi. Oggi ci sono molti blockbuster: i piccoli film sono più difficili da fare e i giovani hanno meno possibilità di esprimersi.

Che cambiamenti ha provocato in lei l’adesione al buddismo?
Tutti proviamo disagio nei confronti dell’universo che ci circonda. Per capirlo meglio ho fatto delle ricerche e il buddismo mi ha colpito molto. Quello che percepiamo finisce per fuorviarci ma con questa filosofia c’è un maggior senso di amore, condivisione, comunità.

Che impressione le fa rivedersi ora in The days of heaven? Che progetti ha per il futuro?
Quando ho fatto The days of heaven avevo appena 26 anni. Io e mia moglie aspettiamo di rivederlo stasera: pensate che non l’ho più visto da allora. Per me fare l’attore è un bel mestiere ma non ho grandi aspettative. Conta la vita, quella sì che la prendo sul serio. Nei confronti del mio lavoro sono più umile. Non faccio piani per il futuro: tempo fa avevo avviato una società di produzione ma è stato un enorme spreco di energie e non penso sia la mia strada.

Sarebbe disposto a leggere sceneggiature sulla liberazione del Tibet?
Essendo un tema a cui tengo molto, sono ancora più critico. Ho prestato la mia voce ad alcuni documentari sull’argomento. Sono aperto a fare qualunque cosa per i miei fratelli e sorelle soprattutto perché al momento la situazione è molto critica.

Quali sono le priorità in questo momento della sua vita?
La famiglia e gli amici. Sono appena tornato dal Nepal perché è morto uno dei miei maestri e ci siamo rivisti tutti. La mia vita è incentrata sulla famiglia e i tibetani. Il cinema mi diverte e mi permette di viaggiare. Se dovesse passare il piacere di fare cinema, smetterei subito.

Le è pesato essere un sex symbol?
Io non me ne sono accorto. Il mio mestiere mi piace ma le etichette che ci vengono affibbiate non mi interessano.

Lei ha sempre espresso ottimismo. Come riesce a mantenerlo anche ora, in tempi di crisi, e quanto serve essere ottimisti in questo momento?
La realtà, ciò che siamo, è l’amore e l’empatia. E’ una cosa che credo fermamente ed è il significato dell’universo.

Come vive questo momento di disagio? Si sente vicino agli indignados di Wall Street? Quale tra i giovani attori pensa che le somigli di più?
Tempo fa ho visto il documentario Inside job che poi ha vinto l’Oscar e mi è piaciuto molto. Dava una visione chiara di come siamo arrivati a questa situazione, ovvero a causa dell’avidità e dell’irresponsabilità. Quel film mi ha veramente turbato. Queste manifestazioni a Wall Street sono molto sentite, pacifiche e intelligenti. Più i potenti capiscono che bisogna far parlare la gente, più si potrà risollevare la situazione. La gente deve capire che questa avidità può essere sconfitta.
Quanto all’attore, penso che Ryan Gosling sia straordinario, oltretutto mia moglie lo adora.

Quale personaggio dei suoi film l’ha segnata di più?
Una volta ho parlato col mio maestro dei personaggi “cattivi” che avevo interpretato: gli ho chiesto se potevano lasciare dei residui e lui mi ha detto che un residuo minimo resta sempre e che è possibile manifestare vari lati di se stessi.

Com’è il suo rapporto con la nuova tecnologia?
Quando ho fatto il film con Francis Ford Coppola (Cotton Club n.d.r.), lui mi disse che ne avrebbe potuto fare uno al computer. Pensavamo fosse impossibile invece oggi ci sono moltissimi film digitali. Però si tratta sempre di raccontare delle storie. La tecnologia è divertente ma è relativa perché cambia rapidamente. Conta di più la narrazione, il viaggio che intraprende il personaggio.

Ha ancora dei sogni da realizzare?
I miei sogni riguardano solo mio figlio, che ha 11 anni e tutta la vita davanti, e i tibetani.

C’è stato qualche ruolo che ha rifiutato e che ora rimpiange?
Sì, ho fatto degli errori ma la vita mi ha dato altre occasioni.

Quando si è avvicinato al buddismo e cosa ha imparato da esso?
Il mio obiettivo è la libertà. Avevo poco più di vent’anni quando ho conosciuto il buddismo. Il buddismo è la strada giusta per raggiungere la libertà e la compassione, la totale espansione del mio io.

Quando e perché ha deciso di fare l’attore?
Non ho ancora deciso! Immagino che lo volessi. Ci sono stati momenti in cui sapevo che avevo intrapreso una strada che mi sarebbe piaciuto seguire, come quando feci il mio primo provino: ero ancora all’università e quando mi chiamarono per dirmi che ero stato preso, sentii un calore che saliva dentro di me, mi sentii pieno di energia. Questo è stato uno di quei momenti in cui mi sono detto: “ecco quello che devo fare”.

E’ interessato a lavorare in tv, un campo in grande fermento?
Sì, mi piacerebbe. I film della HBO sono straordinari e costano quanto un film normale. La qualità delle sceneggiature e degli attori è eccezionale.

Perché non ha mai pensato di fare il regista?
Claudio (Masenza n.d.r.) insiste che dovrei farlo ma ho paura di dedicare un anno e mezzo ad un progetto.

Le piacerebbe fare un film sul Dalai Lama?
Scorsese ha fatto Kundun quindi non credo che la storia vada ripetuta. Magari se ne potrebbe fare uno dal ’59 in poi.