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Il (quarto) potere di Clooney





01/09/2005 18:09a cura di Katiusha Salerno

Arrivato alla Mostra per il suo film sulla libertà di cronaca nell'America degli anni '50, George Clooney monopolizza l'attenzione di pubblico e stampa come solo un divo di cinema e tv sa fare. Ma al Festival c'è anche Manoel Oliveira e il suo Specchio magico e i bambini invisibili del film diretto, tra gli altri, da Spike Lee e Emir Kusturica.


Solo per George. Oggi al Festival l’attenzione era tutta per George Clooney. Arrivato in laguna con gli attori protagonisti del film Good night and good luck che ha aperto la sezione Concorso di questa 62ma edizione della Mostra veneziana, George Clonney, scherza subito di fronte alle richieste frenetiche dei giornalisti nella sala stampa del Lido, facendo finta di non sentire la traduttrice in cuffia e di avere problemi con il microfono. Poi, però, prende la parola e chiarisce subito di non aver fatto un film politico sulla storia americana degli anni ’50 per riferirsi in realtà al periodo fortemente critico per la libertà di pensiero e di espressione, che sta attraversando il suo Paese dopo l’11 settembre. «Tutti sanno - ha ammesso - che sono un vecchio liberale e come la penso sull'amministrazione attuale, ma il mio film non vuole essere una dichiarazione politica, bensì un monito per gli spettatori perché quello che è successo più di 50 anni fa con la caccia alle streghe del senatore McCarthy, potrebbe succedere ancora se si dà adito alla politica del terrore e del sospetto». Gli fa eco l'ottimo David Strathairn decisamente più giovane e affascinante di quanto appaia sullo schermo nei panni del celebre giornalista Ed Murrow: «Per me vale la frase di Murrow quando "invoca" l'attenzione del suo pubblico dicendo: "Sarebbe un giorno pericoloso se ci fosse un controllo sul nostro lavoro giornalistico da parte di chi esercita il potere politico"». Vagli a spiegare che da noi quel giorno è già arrivato da un pezzo. Prova ne sia il triste fatto che nessuno dei giornalisti italiani presenti in sala ha chiesto un commento su questo tema al regista Clooney inquilino da diversi anni sul quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno e quindi sicuramente a conoscenza del rapporto tra la politica italiana e il giornalismo. Ci avrebbe almeno rivolto l'augurio con il quale il giornalista americano Murrow chiudeva il suo programma: "buona notte e buona fortuna".







Ma a Venezia oggi non c'era solo Clooney. Il maestro Manoel Oliveira è ritornato a Venezia con il suo ultimo film Espelho magico «naturale continuazione - ha spiegato del mio film precedente Il principio dell'incertezza» entrambi tratti da romanzi della scrittrice Agustina Bessa-Luis con la quale ha ammesso di avere un rapporto caratterizzato dal malessere tra l'uno e l'altra. «A lei non piacciono i film che realizzo su i suoi romanzi e a me tocca dire che non mi piace il suo lavoro anche se ammiro molto il suo essere intuitivo e vulcanico al contrario del mio essere più realista». E alle insistenti domande sui temi della religione, della donna e della creazione rivoltegli dalla stampa internazionale ha risposto citando una recente frase del Papa: "Tutte le religione sono un modo diverso di pregare lo stesso Dio", «unico creatore - ha continuato - delle cose terrene. Agli artisti rimane il compito di ri-creare, ai registi cinematografici di portare sullo schermo le tante parti di cui è composta la vita». Una vita, secondo il regista portoghese, sempre più minacciata dall'artificio. «La scienza ci sta disumanizzando. Con la possibilità di creare cloni gli uomini e le donne smetteranno di avere la funzione procreare e garantire la continuità della specie e si occuperanno di altre cose, forse delle guerre o di come meglio divertirsi». Insieme a lui a Venezia l'attrice Marisa Paredes interprete ricorrente nei film di Almodovar (Tacchi a spillo, Il fiore del mio segreto, Tutto su mia madre) e appassionata protagonista del film di Artur Ripstein, Profundo Carmesì. «Per me - ha spiegato cercando con l'eleganza dell'ospite gentile di parlare in italiano - ci sono due tipi di registi: quelli che hanno un proprio stile riconoscibile dalla prima inquadratura e quelli che fanno il proprio mestiere cercano molte volte invano di raggiungere quei livelli. A me è capitata la fortuna di lavorare con tre registi del primo tipo, con tre maestri di stile cinematografico del calibro di Almodovar, Ripstein e Oliveira».


E a fine mattinata è arrivato il bastimento carico carico dei migliori esemplari della cinematografia mondiale: in testa Spike Lee e a seguire John Woo, Emir Kusturica e Mehdi Charef poco conosciuto ai più ma cineasta molto inteso nello sguardo a giudicare dal poetico episodio Tanza da lui girato in un villaggio africano con bambini resi invisibili dal manto nero della guerra. In coda la giovane Katia Lund e lo spaesato (ne ha ben donde) Stefano Veneruso, assoluto pesce fuor d'acqua sullo schermo e nella realtà artistica in cui ha avuto l'occasione di ritrovarsi grazie al suo impegno di produttore insieme all'amica Maria Grazia Cucinotta. Lo ha dimostrato interrompendo più o meno involontariamente l'intervento di Katia Lund per spiegare quanto fosse emozionato.
E meno male che c'era Kusturica che ha spiegato suscitando l'ilarità degli astanti, di avere accettato di partecipare a questo film per bisogni pecuniari mentre più o meno tutti sapevano che i compensi dei registi sono stati devoluti alla causa Pam e Unicef così come i proventi della canzone di chiusura del film "Teach me again" interpretata da Tina Turner ed Elisa e prodotta dalla Sugar di Caterina Caselli.
E meno male che c'erano Spike Lee, John Woo (che nonostante tutti i film d'azione realizzati ha confessato di aver sempre voluto fare un film sui bambini come I quattrocento colpi di Truffaut) e Mehdi Charef che con il suo intervento ha racchiuso un po' tutto l'intento dell'operazione: «Appena ho preso contatto con questi bambini ho dimenticato di voler fare il film. Abbiamo girato insieme tre settimane e nessuno di loro mi ha mai rivolto la parola né mi ha guardato mai negli occhi. Sono così abituati a non essere che l'invisibilità era l'unica loro forma di vita. Solo un mese e mezzo dopo, quando ci siamo rivisti Tanza, il protagonista del film, mi ha rivolto qualche parolina. Con questo film ho ritrovato le mie radici e la mia vita e il mio modo di fare cinema non sarà più lo stesso».