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Animal Kingdom il nuovo Scorsese?





29/10/2010 21:10a cura di Daria Castelfranchi

Animal Kingdom, vincitore dell’ultima edizione del Sundance Film Festival, è un dramma dalle tinte fosche, inquietante e angosciante. Il regista, David Michôd, offre lo spaccato crudo e drammaticamente realistico di una Melbourne del tutto nuova. Dopo svariati film che hanno mostrato i paesaggi meravigliosi e sconfinati dell’Australia, ecco che quel mondo tanto lontano, non è più dorato come ci è stato mostrato finora ma nasconde guerre tra poliziotti corrotti e bande di criminali. Un regno di animali quello che popola appunto Animal Kingdom: un mondo dove si pensa alla propria sopravvivenza, dove la protagonista femminile, madre dei tre fratelli Baz, Craig e Pope, è come una leonessa pronta a tutto pur di proteggere i suoi cuccioli, pronta anche a sacrificare il nipote scomodo.






Silenzi insidiosi, un largo uso del ralenty per enfatizzare le sequenze più drammatiche e una musica angosciante che accompagna lo svolgersi delle vicende: tecnicamente e visivamente, il film è come un palloncino che viene gonfiato all’estremo per poi esplodere. E della potenziale esplosione siamo al corrente fin dall’inizio, trascinati con inquietudine verso un finale forse prevedibile ma comunque ben strutturato. La sceneggiatura è costata nove anni di fatica al regista: nove anni ben spesi a costruire una storia efficace sotto ogni aspetto.

I personaggi sono caratterizzati e interpretati in maniera eccellente, a partire da Guy Pearce, mosca bianca in un clan di poliziotti corrotti, fino al protagonista, James Frecheville, che qui, alla sua prima interpretazione per il grande schermo, ha dimostrato un grande talento. Il suo volto spesso inespressivo descrive alla perfezione lo stato d’animo del giovane J, invischiato, suo malgrado, nelle losche vicende della famiglia. I baci promiscui dedicati a tutti i componenti della famiglia e l’aspetto surreale di alcune sequenze che la vedono protagonista, fanno della madre, Jacki Weaver, un personaggio eccentrico e inquietante, colei che silenziosamente orchestra ogni cosa, la vera capofamiglia. Quella che a tratti sembra una famiglia normale, dove Baz va a fare la spesa e i fratelli scherzano tra loro, nasconde in realtà un lato oscuro. E’ Pope, brillantemente interpretato da Ben Mendelsohn, quello che, più freddamente degli altri, porta avanti i suoi piani, senza farsi scrupolo delle vite altrui.

Un film corale che ricorda da vicino Mystic River di Clint Eastwood e certe opere di John Singleton. Un ottimo esordio alla regia per il regista australiano: il suo film sarà presentato in anteprima al Festival Internazionale del Cinema di Roma e ci auguriamo abbia l’accoglienza che merita.