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Calopresti racconta un Panatta "rivoluzionario"





23/10/2009 09:10a cura di Teresa Lavanga

''Fare un documentario su Adriano Panatta e' stata l'occasione per raccontare un campione che vince, un eroe popolare in quell'epoca dei capelli lunghi e basettoni: penso a lui come un rockettaro''. Lo dice Mimmo Calopresti regista di La maglietta rossa - La sfida di Panatta, presentato nella sezione Extra al festival internazionale del film di Roma.


Il cineasta, in conferenza stampa insieme a Panatta e Paolo Villaggio (che parla dell'amico campione nel film), spiega che ''Adriano per me ha rappresentato una contraddizione. Nell'anno della finale in Cile manifestavo contro di lui, gli si urlavano slogan come 'Panatta milionario, Pinochet sanguinario', ma da tifoso in cuor mio speravo andasse e vincesse''.





Proprio l'incontro della finale di Coppa Davis con il Cile, il 18 dicembre 1976 e le polemiche che suscito' sono al centro del documentario. Panatta scese in campo indossando una maglietta rossa: ''E' stata una decisione non premeditata, poco prima della partita ho detto a Claudio Bertolucci che avremmo dovuto farlo, e lui e' stato d'accordo. Era il nostro segnale, il modo in cui volevamo far capire che dissentivamo da cio' che stava succedendo nel Paese. Credo sia stata una protesta molto civile, oltretutto dalle riprese televisive in bianco e nero non si capiva, e i giornalisti forse non se ne sono accorti''.
E' lo stesso Panatta a ricostruire le tensioni dell'epoca e a parlare della sua carriera: ''Mimmo ha colto delle cose molto emozionanti su di me - aggiunge il campione- Mi sono molto divertito a girarlo, ho fatto me stesso. Uno sportivo professionista fa una recita. La differenza tra atleta e un attore e' che noi a un certo punto dobbiamo lasciare, perche' siamo sempre peggio, loro invece vanno sempre avanti e diventano sempre piu' bravi''.
L'unico merito che si attribuisce ''e' l'aver portato il tennis a essere uno sport popolare e per tutti. Con le vittorie sia mie che dei miei compagni, c'e' stato movimento nuovo''. La crisi del tennis nel nostro Paese oggi invece, secondo Panatta viene ''dall'assenza di maestri che non sappiano solo insegnare a giocare ma anche a vincere. Una partita e' un po' la gestione della tua vita, per questo dico che perdere e' un po' come morire. Serve qualcuno che dica quando essere aggressivo, umile, rischiare. Oggi vedo anche a livello mondiale errori banali, coperti con potenza e volocita' di palla, ma il tennis non puo' solo diventare una sequenza di colpi''.
Per lui tra i giocatori piu' forti di tutti i tempi ci sono ''Rod Laver, Roger Federer, Arthur Ashe. Lendl, no, ha vinto tanto ma non ha lasciato nulla''.
Villaggio ricorda anche un episodio meno principesco della carriera del tennista, la partita di Coppa Davis a Barcellona, finita in scontro aperto con il pubblico: ''Mi urlavano 'Hijo de puta' e io, visto che la partita era ininfluente, ho perso apposta 6-0, 6-0. Alla fine in mezzo alla bolgia, ho tirato un pugno a uno che veniva dritto verso di me. Lui pero' era italiano, di Brescia, mi ha pure denunciato. Ma io che ne sapevo, nel dubbio uno mena prima''.
Il film, prodotto da Gruppo Ambra e Cinecitta' luce, regala, attraverso il tanto materiale d'archivio, anche alcune chicche legate al tennis, come le immagini di Mussolini che tenta di giocare. L'uscita del documentario, dice Luciano Sovena di Cinecitta' luce '' sara' in dvd, e in tanti altri canali distributivi''.(ANSA)