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06/07/2005 10:07a cura di Katiusha Salerno

Con La guerra dei mondi Steven Spielberg mette a segno un altro colpo da maestro. Da maestro di cinema. Che, come tale, non dimentica i padri. Come forse già aveva fatto pochi mesi fa Scorsese con The aviator, Spielberg ci spiega che gli effetti speciali, per quanto ben usati, non potrebbero mai restituire da soli ciò che è il cinema. Unici, indispensabili, ingredienti: il potere dell’ affabulazione, i giochi di prestigio della macchina da presa che solo dall’opera di due prestidigitatori della celluloide come Orson Welles e Alfred Hitchcock si possono imparare. Ancora.









Articolo
Esistono altri mondi. Ma si trovano in questo H.G.Wells.

Quarantacinque film all’attivo, tre in fase di realizzazione, un centinaio di film prodotti. E’ il beniamino del box office. Steven Spielberg è a buon diritto considerato ormai da molti anni, un maestro del cinema mondiale. Eppure (anche) nella sua ultima fatica (è il caso di dirlo) cinematografica non riesce a dimenticare i padri che hanno fatto grande questa settima arte.

Fin da Duel e Lo squalo, è chiaro a tutti quanto Spielberg avesse colto l’insegnamento hitchcockiano, ma in La guerra dei mondi non c’è solo Hitchcock. La passione per il cinema di Spielberg è tale che non fa del suo ultimo film soltanto un compendio delle sue stesse opere precedenti: facili i riferimenti a Incontri ravvicinati del terzo tipo e a E.T., evidenti i richiami a L’impero del sole per il terrore della bambina protagonista e a Salvate il soldato Ryan per il clima bellico ma si potrebbero argomentare anche somiglianze addirittura con la trilogia di Indiana Jones. In realtà, non si tratta solo di uno Spielberg che ripercorre, come fa sempre, tutto se stesso in ogni film: La guerra dei mondi è soprattutto un riconoscimento a Orson Welles. Ovvero l’autore che, in un insuperato esperimento di comunicazioni di massa, terrorizzò tutta l’America prebellica mandando in onda il romanzo sull’invasione come se fosse una radiocronaca.

Spielberg, infatti, nel suo La guerra dei mondi rievoca la genialità di Welles non tanto, o non solo, scegliendo di portare sullo schermo quello stesso romanzo ma principalmente rievoca la sua creatività, nella proposta delle immagini. E’ certamente da Welles che Spielberg ha imparato l’uso della ripresa dal basso (esempio ne sia la soggettiva, attraverso il foro del parabrezza, di Cruise che guarda la figlia in inquietante balia dell’invasore), non è da Welles che Spielberg ha imparato a utilizzare tutti gli elementi della scenografia per teatralizzare le immagini ( cornici di porte, finestre, vetrate, soffitti e specchi sono messi a bella posta per rinforzare visivamente la componente affabulatoria del racconto)? Ma più di tutto Spielberg ha imparato da Welles a non lasciare mai un film a riposo, a organizzare raccordi sonori tra una scena e l’altra (così come nello Squalo l’avvicinarsi del pericolo è sempre anticipato da una sequenza di suoni di riconoscimento), a servizi della musica per incuriosire o per ridestare l’attenzione, a giocare col volume delle voci (emblematica la scena della lotta silenziosa che Cruise ingaggia con Robbins all’interno della cantina mentre il visore del tripode perlustra la zona) almeno quanto con le parole.

Già Scorsese nel suo The aviator aveva attinto alla creatività di Welles non solo perché aveva riportato in vita cinematografica quel capitano d’industria che lui aveva trasformato per il suo Quarto potere in un magnate dell’editoria (tramutando la “slitta/rosebud” di Charles Foster Kane nella “saponetta/quarantena” di Howard Hughes): anche Spielberg, come già Scorsese dunque, fanno rivivere Welles a novant’anni dalla sua nascita e a venti dalla sua morte.

Ma Spielberg non lascia a casa neanche Hitchcock. Oltre a tutti gli insegnamenti sulla creazione della suspense, l’allievo Steven fa suo anche il campo raso al suolo dall’attacco dei famelici uccelli davanti casa della mamma di Mitch Brenner disegnandone uno simile proprio davanti alla casa dell’ambiguo Ogilvy (interpretato da Tim Robbins). Un campo devastato dal passaggio distruttore degli alieni e infestato dai loro intricati vasi sanguigni. Non è dal posarsi di un volatile su uno dei tripodi, infine, che Cruise capisce che gli alieni hanno perso la loro facoltà di proteggersi e quindi la loro indistruttibilità?