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Al Pacino, il nuovo re di Roma





23/10/2008 09:10a cura di Teresa Lavanga

Non si poteva trovare modo migliore per inaugurare la terza edizione del Festival del cinema di Roma. Il “Padrino” della serata, è stato Al Pacino che si è presentato vestito di nero, con gli occhiali da sole poggiati sulla testa e con una familiarità tale da farlo sembrare “uno di casa”. Dopo una conferenza stampa con i giornalisti in cui racconta delle lezioni di recitazione di Lee Stransberg (“l’unico consiglio che mi ha dato è stato: impara le battute”), della difficoltà di “uscire” da un personaggio (“da giovane era più difficile, oggi a teatro riesco ad interpretare più personaggi insieme”) del suo amore per il teatro (“amo il pubblico dal vivo, il palcoscenico mi attrae, ogni volta è come tornare a casa”) e del suo metodo “impulsivo” (“ogni nuovo ruolo è come una tela bianca che cerco di riempire con qualcosa che mi viene da dentro”) è la volta del tanto atteso incontro con il pubblico.


Consegnato il Marc’Aurelio d’oro alla carriera, che il Festival ha voluto assegnare a una delle scuole di recitazione più famose, l’Actors Studio, di cui Pacino è Presidente, partono sullo schermo le prime sequenze, selezionate dagli organizzatori della manifestazione insieme allo stesso Pacino, di alcuni dei film più importanti della sua carriera.






La prima clip mostra una scena di Quel pomeriggio di un giorno da cani e una de Lo spaventapasseri, che Pacino commenta così: “E’ interessante vedere questi film dopo tanti anni. Erano film in cui ho messo in atto tutti gli insegnamenti dell’Actors Studio”.
A seguire due delle scene più toccanti di Scarface e Carlito’s way.
“Questi due personaggi rappresentano alla perfezione i due aspetti che può assumere un criminale. Tony Montana mi è stato ispirato da Paul Muni, che nel 1932 recitò nello Scarface originale. Dopo aver visto quel film ero davvero ispirato. Carlito, invece, è nato dall’amore che ho avuto per il libro. Mi sono subito identificato nel personaggio, con questo ragazzo che vuole uscire dalla sua squallida realtà, è un aspetto che un po’ mi appartiene.
Si dice che sia stato lei a suggerire a De Palma di mettere due cicatrici sul volto di Carlito, è vero?
Si, volevo che rimandasse subito l’idea di un “selvaggio”, di uno che risolve i problemi a colpi di coltello. Non dovevano essere cicatrici evidenti, ma dovevano stare lì a segnare il volto di uno che si “era fatto da solo”.

Nella terza sequenza di immagini vediamo cosa accade quando uno degli attori più bravi recita per il drammaturgo più importante del mondo. Il mercante di Venezia e Riccardo III emozionano il pubblico in sala.
Lei ha interpretato dei cattivi estremamente popolari. Merito dell’interprete, o i cattivi in qualche modo, vincono sempre?
Beh, il merito è di chi ha scritto le opere originali! Il grande scrittore fa sì che ognuno di noi si identifichi con il cattivo. Il cattivo non è scusabile, le sue azioni non sono giustificabili, ma il grande autore riesce a far percepire il perché della cattiveria, da dove arriva tutto quel male. Poi, solo in un secondo momento arriva l’attore che, se è bravo, riesce ad umanizzare ancora di più questo personaggio. Ma devo dire che con le opere di Shakespeare è facile, il personaggio è già lì, perfetto.

La quarta clip ripropone la scena de L’avvocato del diavolo in cui Pacino spiega chi è Dio.
La voce vibrante fa sussultare la platea e alla domanda sul perché tanti grandi attori vogliono interpretare il diavolo, lui risponde: “Io inizialmente non volevo fare questa parte, poi però, dopo aver accettato, l’ho trovata una bella sfida perché cominci ad esplorare, a farti mille domande. Probabilmente ho accettato perché ho un amico che credo sia il diavolo. Mi ha dato tanto di quel materiale da studiare che sono riuscito a rendere credibile questo personaggio. Credo, infatti, che la credibilità sia fondamentale, senza quella si ha la sensazione di stare imbrogliando lo spettatore”.

Sullo schermo si vedono poi Scent of a Woman e Profumo di donna di Dino Risi. Inevitabile la domanda.
Prima di interpretare questo personaggio, ha visto il film originale?
No. Avevo paura. Temevo che se avessi visto Gassman non avrei potuto fare altro che imitarlo. Ci sono delle performance che lasciano il segno, dalle quali non puoi staccarti. Per evitare questo, ho costruito il mio personaggio sulla sceneggiatura e solo a film concluso ho visto l’interpretazione di Gassman.

Gran finale, ovviamente, con due scene de Il Padrino.
Ci racconta qualcosa che non sappiamo di queste scene, del suo personaggio? E’ vero che solo dopo aver girato il film ha saputo che i suoi nonni erano originari di Corleone?
Mia nonna, napoletana, solo molto tempo dopo aver girato questo film mi ha detto che uno dei miei nonni era di Corleone. Ho pensato subito che nella vita ci sono cose da cui non puoi esimerti, ci sono cose che sono scritte nel tuo destino.
Per quanto riguarda il mio personaggio, devo dire che inizialmente ero molto scettico. Lo sentivo troppo distante da me. Avrei preferito interpretare Sonny, lo trovavo più vicino alle mie corde. All’inizio è stato difficile. La produzione non era convinta, non mi voleva. Coppola ha invece insistito. Devo dire che inizialmente non volevano nemmeno Brando. Ci pensate? Il Padrino senza me e senza Marlon?

Lei è un’icona. Come mai i giovani attori di oggi non riescono a diventarlo? Non hanno talento?
Io credo che per loro sia più difficile. Io devo gran parte del mio successo a film degli anni ’60-’70. Erano film che rimandavano ciò che succedeva all’epoca, quindi prosperavano ruoli in cui i giovani potevano identificarsi. Oggi è diverso, non ci sono ruoli del genere, perchè la realtà è più complessa. Io credo che ci siano ottimi attori. Penso a Sean Penn, a Johnny Depp, a Russel Crowe, a Di Caprio. Diamogli del tempo, diventeranno anche loro delle icone.