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Per Salemme No Problem





08/10/2008 16:10a cura di Marco Massaccesi

Esce in 450 sale la nuova fatica di Vincenzo Salemme. Dopo SMS- Sotto Mentite Spoglie l'attore e regista napoletano torna a far coppia con Giorgio Panariello per No Problem. Film sul mondo delle fiction. Ecco alcune dichiarazioni del regista.


No Problem è ambientato in due mondi differenti, quello della degustazione di vini e quello della televisione, come mai?





Sono due mondi che appartengono all’immagine. Fino a poco tempo fa c’era il luogo comune a cena di scegliere il vino, conoscerlo, assaggiarlo. In No Problem ho cercato di giocarci sopra. E poi c’è la T.V., che può anche essere molto rischiosa, specialmente se non hai talento.

Come definisce il suo ruolo in No Problem?
Io faccio la parte di Arturo Cremisi, l’attore di una ficition, ma il pubblico fa i complimenti solo al bambino. Ma il bambino fa il bambino, che complimento è?

Lei pensa che un attore possa rimanere incastrato nello stesso ruolo per tutta la vita?
Io non mi ritengo un comico, ma un attore. Penso che se fai il cattivo tutto la vita, specialmente in una fiction, rimani incastrato in quel ruolo. Sì, può essere difficile poi far ridere.

Nel film ci sono molti attori teatrali, vecchie glorie: Anna Proclemer, Alberto Lionello, Gisella Sofio e persino Giacomo Furia. Questa scelta viene dal suo amore per il palcoscenico?
Un attore bravo in teatro lo è anche al cinema. Se fosse per me prenderei sempre attori che hanno fatto anche del teatro. Quando li guardi non ti distrai. Se facessero lo stesso anche per le fiction la qualità aumentererbbe. Anche nella scrittura prendo da questo bagaglio, in America succede spesso che sceneggiatori cinematografici vengano dal teatro.

Cosa pensa delle ficition televisive?
Non ho un approccio così sociale come spettatore. Penso che la televisione abbia allargato molto il bacino degli attori e se ne trovano di più, sia quelli bravi come quelli senza talento. Ma penso anche nell’antichità: c’era lo stesso tipo di problema.

Come è stato lavorare con Sergio Rubini?
Volevamo fare qualcosa insieme da tempo. Pensavo fosse molto più complicato lavorare con lui, ma si è affidato completamente al progetto.

Dopo tanti anni di cinema cosa è cambiato?
Conosco meglio il mezzo. Io devo lavorare, sennò vado in crisi. Il cinema è un ulteriore modo per farlo. Questo è un paese in cui non c’è molta diffusione per il teatro. Anzi è il contrario: il cinema serve per diffondere il teatro, ed è una strana anomalia.