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La bruciante pianura di Guillermo Arriaga





30/08/2008 08:08a cura di Caterina D'Ambrosio

Nella sala di uno degli hotel più famosi al mondo, il Des Bains del Lido di Venezia, si consuma un piccolo evento. Lo scrittore/sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga (21 grammi, Babel), consumato il divorzio con il regista Alejandro Gonzales Iñárritu, si mette incontra un ristretto numero di addetti ai lavori per parlare della sua prima volta dietro la macchina da presa e lo fa con un film dolce e commovente, The Burning Plain, con Charlize Theron come protagonista. Arguto, intelligente e disponibile ha risposto ad alcune nostre domande.


Lei ha sempre messo in evidenza i conflitti e le contraddizioni. Cosa la affascina?





Niente nella vita è lineare. Ho avuto la fortuna di poter leggere molto sin da quando ero molto piccolo. Ho letto soprattutto i classici come Sofocle, Eschilo, Shakespeare. La tragedia, il conflitto, le contraddizioni e la morte fanno parte del quotidiano della nostra vita. Loro lo hanno reso molto bene in letteratura, a me affascina portare tutto questo sullo schermo.

Lei parla spesso della morte. Anche nelle sue sceneggiature precedente ricorreva quasi come un tema fisso. Come mai?
Come dicevo la morte è una cosa quotidiana eppure la civiltà occidentale non fa altro che occultare questo che è un passaggio naturale della vita. Anche quando perdiamo qualcuno che ci è caro noi moriamo, perché con loro abbiamo condiviso un pezzo del nostro cammino, delle nostre esperienze.

In The Burning Plain lei ha diretto due grandi donne, Charlize Theron e Kim Basinger, rappresentazione di due diverse epoche cinematografiche. Come le descriverebbe?
Charlize è un’attrice dotata di grande talento, molto intelligente che ha saputo andare oltre la parola scritta della sceneggiatura. La Basinger ha avuto l’ingrato compito di assumere su di sé un ruolo molto difficile ma lo ha portato fino in fondo con grande integrità e talento. Sono stato molto fortunato a lavorare con due donne così.

Anche in questo film lei parla di una linea di confine che non è solamente fisica…
C’è una linea molto sottile che separa la felicità dalla tragedia e nei miei personaggi c’è sempre. Sono sempre stato attratto dagli estremi e dalle contraddizioni umane. Nel film, poi, il confine tra Nuovo Messico e Stati Uniti è tangibile nel senso più pieno del termine. Da una parte l’asfalto preciso, lineare e rosso, dall’altra un colore grigio e scomposto. Da una parte il caos, dall’altra le telecamere e la precisione.

Cosa conosce della filmografia italiana?
Amo molto il vostro cinema. Amo Antonioni, Fellini, De Sica ma anche Lando Buzzanca….

Lando Buzzanca?
Sì, quando ero piccolo frequentano un piccolo cinema che offriva un calendario di nomi importanti come quelli che ho appena citato c’era anche Lando Buzzanca. Ho imparato così a conoscere la vostra cultura, o meglio il modo di rappresentarla, sotto diverse forme. Tutte le volte che sono stato in Italia mi sono sentito quasi a casa: sia quando lo facevo per diletto, sia quando venivo per tenere lezioni agli studenti a Bologna e Torino. Conosco le vostre città, amo il modo in cui vivete, la vostra energia, come affrontate la vita.

… gli italiani ringraziano!