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Nel fumetto esplodono le nostre angosce





01/08/2008 09:08a cura di Fabio Ferzetti

La forza di The Dark Knight sta nel costruire un'alternativa secca (Bene/Male) per poi demolirla sotto i nostri occhi. Nolan mescola terrore e avventura, scene d'azione e autentico orrore, mezzi avveniristici e pungenti allusioni al presente.


Sempre più cupi, sempre più apocalittici. A forza di diventare "adulti", i film-fumetto hanno mandato in soffitta il vecchio filone fanta-politico-catastrofico. Travasando le massime angosce contemporanee (la sicurezza, il terrorismo, la vulnerabilità delle metropoli e dei loro abitanti) nel linguaggio mirabolante degli eroi di carta.





Perché mandare George Clooney a zonzo per New York con un'atomica nello zaino, come accadeva appena una decina d'anni fa nell'adrenalinico The Peacemaker, se possiamo poggiare i destini del pianeta sulle spalle di Batman? Perché portare nel cinema il peso del mondo reale (come, poniamo, nel fantasioso e memorabile Fight Club), quando possiamo reinventare quel mondo trasferendo le sue lacerazioni, reali, nell'universo del fumetto, astratto e decisamente più maneggevole, ma a volte più vero del vero?
Non è una novità, anzi è l'arma vincente dei comics americani dal secondo dopoguerra in poi. Ma i film-fumetto dell'ultima generazione (Spider-Man, Iron Man, soprattutto V for Vendetta, cui questo Il cavaliere oscuro fa spesso pensare) aggiungono alle fobie di massa una componente per così dire "esistenziale" che segna una svolta ulteriore nel genere.

Nel secondo Batman diretto dall'inglese Christopher Nolan, assai più ambizioso e allarmante di Batman Begins, il tema è nientemeno che l'identità e i suoi doppifondi. Di qui il proliferare di maschere, trucchi, make up orridi e ipnotici che invadono il film fin dalle prime scene (i rapinatori mascherati da clown; i finti Batman che imitano il loro eroe usurpando la sua identità). Per poi concentrarsi sulla maschera ghignante e insieme "naturale" del Joker, un Heath Ledger davvero memorabile: ogni volta che entra in scena l'attenzione dello spettatore si impenna.
C'è una logica nel duello fra la rigida maschera nera dell'uomo-pipistrello e la faccia coperta di biacca del Joker. Il primo si nasconde per fare del bene (e vedremo a che prezzo). Il secondo ostenta la sua identità profonda, e mostruosa, facendo delle cicatrici che gli allargano la bocca in un ghigno perenne la chiave di una maschera che in realtà è una seconda pelle. Dietro il Joker naturalmente si intravede “L'uomo che ride” di Victor Hugo, ma rovesciato. Il personaggio di Hugo era mostruoso quanto buono. Qui la maschera si dissolve nel suo opposto: il Joker è il male allo stato puro. Un male "disinteressato" e totalmente privo di regole, cosa che gli permetterà di mettere in scacco perfino il crimine organizzato, che di regole ne ha parecchie. Di più: è l'ombra che accompagna Batman in ogni momento, il suo rovescio inevitabile. E forse, dubbio atroce, necessario («Tu mi completi dice il Joker al suo nemico non voglio ucciderti, se muori poi che faccio?»).

Ecco però che a questo duello, tutto sommato primario, si aggiunge un terzo elemento: l'integerrimo procuratore Harvey Dent (Aaron Eckhart), l'uomo-tutto-d'un-pezzo che dopo aver rubato, ignaro, la fidanzata (Maggie Gyllenhaal) a Bruce Wayne/Batman, promette di portare la sicurezza nelle strade di Gotham City. Ma finirà per perdere (letteralmente) la faccia, pure lui, e insieme alla faccia ogni senso morale, passando tutto intero dal lato del male. E trascinando anche Batman sempre più a fondo nella menzogna e nella manipolazione. Pur di fermare quel pazzo capace di far saltare in aria un intero ospedale, un poco alla volta, in una serie di esplosioni che sono la scena più inquietante del film (impossibile non pensare a ben altre esplosioni, e a ben altri conflitti morali, dal dibattito sulla "legittimità" della tortura in giù).

Naturalmente è lecito chiedersi se traghettare temi e angosce così laceranti nella cornice del film-fumetto testimoni l'evoluzione del genere o non sia invece un'operazione regressiva. Ma forse il problema è mal posto.
La forza di The Dark Knight sta nel costruire un'alternativa secca (Bene/Male) per poi demolirla sotto i nostri occhi. Nolan mescola terrore e avventura, scene d'azione e autentico orrore, mezzi avveniristici (menzione d'onore alla Bat-moto) e pungenti allusioni al presente. Il film-fumetto oggi si fa così, prendere o lasciare. Ma due ore e mezzo restano davvero troppe.

da Il Messaggero, 23 luglio 2008