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Cento anni fa nasceva l'icona del neorealismo





25/02/2008 11:02a cura di Teresa Lavanga

Una donna vestita di nero rientra a casa. Una voce fuori campo la saluta e lei, con gli occhi ricchi di emozioni, la bocca sottile, i capelli corvini gli risponde: “Ciao Federì, buonanotte” e chiude il portone.







Era il 1972, e Anna Magnani, diretta da Federico Fellini, si accomiata dal suo pubblico. Un anno dopo, quella che era stata l’icona del neorealismo si spegneva in una clinica romana.

Otto Preminger ha detto che "la storia del cinema si divide in due ere, una prima e una dopo Roma città aperta". E’ vero. Quel film cambiò la storia della cinematografia non solo italiana, ma mondiale.
Ma quel film non sarebbe stato tale senza la Magnani che correva dietro alla camionetta nazista urlando, con gli occhi spalancati e le cosce nude, appena coperte da calze strappate.

Nata a Roma, figlia illegittima di padre ignoto, per molti anni lasciò correre la leggenda secondo cui sua madre Marina l'aveva concepita ad Alessandria d’Egitto. La confusione veniva dal fatto che la donna, una sarta originaria di Fano, abbandonò ben presto Anna alle cure della nonna materna e si trasferì in Egitto seguendo un facoltoso uomo d'affari austriaco.
Cresciuta nella Roma popolana dei primi anni del ‘900, in una famiglia tutta di donne, frequentò un collegio di suore francesi, poi lasciato per il liceo e la scuola di recitazione. Solo molti anni dopo, in seguito a ricerche condotte in gran segreto, avrebbe conosciuto il cognome del padre (un calabrese di nome Del Duce) e si sarebbe riappacificata con le sue radici. Con la sua consueta ironia dirà di essersi fermata nelle ricerche perché non voleva passare per “la figlia del Duce”.
Nel frattempo però, sotto la guida di Silvio D'Amico (che le insegnò recitazione) era già diventata attrice, soubrette, cantante, dividendo i primi passi della carriera con Paolo Stoppa che le fu sempre amico fedele pur lamentandone gli eccessi caratteriali e la fragilità interiore.

Ben presto emerge il suo stile sui generis, di donna lontana dalla mondanità del tempo, riservata e intellettuale. Non era carnale come la Loren, né delicata come la Mangano. La Magnani era bellissima perché vera, spettinata, con le rughe. La sua recitazione era fatta sì di un corpo, ma soprattutto di occhi: intensi, pieni di emozioni, capaci di trasmettere un’energia fuori dal comune.
Nel pieno dell’epoca del divismo, la Magnani fu l’antidiva per eccellenza. Incarnò l’Italia del tempo, prima sofferente, piena di cicatrici, poi impegnata nella ricostruzione, quindi spaventata per gli “anni di piombo”.
I suoi vestiti modesti, le borse e le occhiaie, la sua popolanità esplosiva, erano i suoi punti di forza. La sua capacità di entrare appieno nel personaggio, di farlo suo fino in fondo, conferivano alla sua recitazione un’energia quasi sovrannaturale.

Diventata famosa per la sua italianità, legata a ruoli come quello della madre illusa dall’ambizione in Bellissima, dopo essere stata lasciata da Rossellini (che si legò a Ingrid Bergman), Anna Magnani fu capace di emanciparsi dal ruolo di star totalmente italiana e si inventò una seconda carriera internazionale: La carrozza d'Oro di Jean Renoir la rese beniamina di Francia, la Rosa Tatuata (scritta per lei da Tennessse Williams) e da lei interpretata per il cinema nel film di Daniel Mann, la portò a trionfare a Hollywood alla fine degli anni '50, prima italiana a vincere un Oscar come migliore attrice.

Gli anni ’60 la videro impegnata soprattutto a teatro, dove ritrovò l’entusiasmo grazie a opere di Shakespeare e Garcia Marquez. Nel 1973, dopo una breve esperienza televisiva, quando già si preparava a scrivere un nuovo capitolo della storia italiana, fu ricoverata in una clinica svizzera, dove le fu diagnosticato un tumore al pancreas.
Anche nella malattia volle essere discreta e schiva. Volle vicino solo pochi amici, il figlio Luca e Roberto Rossellini.
Alla sua morte, come disse De Filippo “tutti i selciati di Roma hanno strillato”, ma ancora oggi, per fortuna, nessuno l’ha dimenticata.