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29/10/2007 22:10a cura di Andrea D'Addio

Incontriamo Cate Blanchett all’Hotel de Russie il giorno dopo che l’attrice australiana ha presentato Elizabeth: The golden age, seguito del fortunato Elizabeth girato ormai nove anni fa. E’ lei la prima star internazionale a calcare il red carpet della seconda edizione della Festa del cinema di Roma, la seconda “madrina” australiana e Premio Oscar per la rassegna capitolina, dopo la Nicole Kidman dell’anno scorso.








Quando ha deciso di accettare nuovamente questo ruolo?
Quando finii il primo Elizabeth non pensavo assolutamente che ci sarebbe potuto essere un sequel. Onestamente non amo l’idea di reinterpretare un personaggio, ma questo di Elizabeth è pieno di sfaccettature, è cresciuto nel corso del tempo, si trova in situazioni difficili, che non riguardano solo l’equilibrio tra potere e ragionevolezza, ma anche quello tra il posto di sovrano e la vita privata, la ricerca della felicità. Quando la sceneggiatura che mi è stata proposta ha cominciato a far emergere questa evoluzione, mi sono convinta. La storia è molto diversa dal precedente, ed era importante per me che sia Geoffrey Rush che Shekar Kappur facessero parte del progetto.

E' un film questo, che può essere letto anche in chiave attuale?
Certo: in un’era in cui la diplomazia sembra essere un processo impossibile da attuare, l’esempio che diede, e continua a dare, questa donna, può essere fonte d’ispirazione per tutti. Gli avvenimenti storici che si trovò a vivere, i cambiamenti che lei seppe controllare e mitigare nei loro effetti peggiori, non sono storia che si ripete, ma di certo hanno un valore anche reale, di oggi.

Così come il suo rapporto con i “media” di allora…
L’ossessione inglese per la vita privata dei sovrani ha radici antiche. La forza e la grandezza di Elizabeth fu anche nel suo sapere andare controcorrente, nel non lasciarsi condizionare dall’opinione pubblica per fare le proprie scelte di vita privata.

C’è una “Elisabetta” oggi?
No, e questo perché la stessa idea di monarchia è molto diversa da allora, in tutti i Paesi occidentali dove questa resiste. La differenza sostanziale è nel fatto che il potere religioso e quello politico sono ormai ben divisi, se non ufficialmente, comunque “de facto”. La monarchia, ad esempio, esiste ancora in Gran Bretagna, ma l’influenza che aveva allora, difficilmente potrà ripresentarsi.

Rispetto a quando accettò questo ruolo nove anni fa, cosa è cambiato in lei?
Allora non avevo nulla da perdere, se il film fosse andato male non ne avrei risentito troppo in termini di notorietà. Ora logicamente è diverso. Soprattutto l’avere accettato di partecipare ad un remake è di per sé rischioso, tante persone solo perché è un sequel storcono il naso, spesso ne parlano male senza neanche guardarlo. Allo stesso tempo, ci sono più aspettative in coloro che apprezzarono il primo. All’epoca andarono a vederlo senza un giudizio precostituito, adesso invece si aspettano già qualcosa di buono.

E i cambiamenti avuti a livello personale, come l’hanno cambiata nel modo di lavorare?
Avere dei figli ti cambia. Anche nell’approccio al personaggio penso di essere stata più matura: sapevo cosa poteva mancare ad Elizabeth, quale fosse quella forza dentro che la spinge a comportarsi in un certo modo. E poi l’organizzazione del lavoro, è stata totalmente diversa.

Con chi le piacerebbe lavorare, e non ha mai lavorato?
Con i fratelli Farrelly. Trovo che sappiano descrivere molto bene, sinceramente e con ironia i difetti della società e allo stesso tempo dare alle attrici ruoli interessanti e fuori dagli schemi.

Ha da poco assunto la direzione, assieme a suo marito, della Sydney Theatre Company. Qual è il suo rapporto con il teatro?
E’ sempre difficile per un’attrice che lavora molto ad Hollywood mantenere un rapporto equilibrato con il teatro, ma io ho sempre cercato di farlo. Quel che mi preoccupa di più adesso sarà fare “il capo”. E’ difficile coordinare persone ed eventi, c’è maggiore responsabilità di quanta ce ne possa essere al cinema, almeno a livello personale. Si va in scena ogni giorno con possibili imprevisti sempre differenti e sempre quotidiani.

Ha mai pensato di mettersi dietro la macchina da presa?
Non ne sono molto interessata, forse se un giorno leggessi un libro o avessi lo spunto per una storia di cui fossi sicura che nessuno riuscirebbe meglio di me a rappresentarla, ci penserei, ma è più probabile che cercherei qualcuno con più esperienza col quale collaborare.