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L'unione fa la forza





27/10/2007 10:10a cura di Renato Massaccesi

Incontro con Ascanio Celestini e i ragazzi di Atesia per la presentazione di Parole Sante. Visti gli avvisi di garanzia recapitati ai ragazzi del collettivo del call center di Atesia non sembra tirare una buona aria per la libertà nel nostro Paese, ne parliamo con l’autore teatrale Ascanio Celestini e quattro dei ragazzi coinvolti nella sacrosanta protesta.


N.B.: Chiedamo scusa del fatto che i ragazzi non verranno chiamati per nome (non sono stati presentati), ma se andate a vedere il film, come si spera, i nomi li troverete in sovrimpressione.






Ascanio Celestini: Non sono stato io a cercare questi ragazzi per raccontare la storia di Atesina, sono venuti loro da me, per chiedermi di fare uno spettacolo di sottoscrizione per il collettivo. Purtroppo non era possibile trovare un luogo adatto, ma mi sono appassionato alla loro lotta, e visto che per me, il lavoro su un progetto inizia due o tre anni prima della messa in scena, o in questo caso, delle riprese, mi sono documentato e ho fatto delle interviste. Ho scoperto che quasi tutti quelli della mia famiglia hanno prima o poi per lunghi o brevi periodi lavorato in Atesia.
Mi ricordo, infatti, che mia cugina, chiedeva a mio padre informazioni sulla partita IVA (tempo fa era obbligatoria per lavorare nel call center) e lui le rispondeva che era una fregatura perché non è normale emettere fatture sempre allo stesso nome. Alcuni di questi ragazzi sono venuti a casa mia e mi hanno raccontato i fatti. Ho scoperto che l’azienda è impostata tutta su un rapporto verticale: ti fa una concessione e tu devi pure ringraziare. Tutti questi ragazzi vengono trattati come bambini a cui il padre dice: se fai il cattivo, a letto senza cena. Il fatto è che in Atesia c’è molta gente che ha famiglia da mantenere e che comunque deve sbarcare il lunario. Non si tiene mai conto che quelle sono persone come noi. I lavoratori sono assunti come autonomi ma sono, in effetti, completamente subordinati. Ed è per questo che è straordinaria la storia di questi lavoratori che un posto dove c’è un vuoto politico allucinante si organizzano in collettivo e fanno quello che faceva il sindacato all’inizio del secolo scorso: cominciano a costruire gradualmente una coscienza politica. Alcuni dicono che il precariato è come la pioggia: non ci puoi fare niente, al massimo puoi aprire l’ombrello. E invece non è vero. Il precariato è solo un prodotto del mercato. Ovviamente non esiste quello che firma un contratto per un lavoro precario, anche se poi così si rivela. Il fatto è che i lavoratori di Atesia sono assunti come lavoratori autonomi ma non sono trattati alla stessa maniera, ad esempio, di un idraulico. Quest’ultimo decide da solo le regole e i prezzi, nel call center, invece, decidono tutto gli altri, anche il fatto se devi rimanere o no al tuo posto di lavoro. Ho voluto raccontare una storia che non avesse niente a che fare con le innovazioni tecniche e non mi interessavano neanche i moventi politici, perché tutto questo non lo trovavo costruttivo. Ho voluto soltanto dire che ci sono delle persone che cercano di cambiare le cose.

I Ragazzi: La nostra protesta non è una questione politica. La legge 30 non ci piace perché salvaguarda principalmente i diritti dell’azienda. Adesso i lavoratori di Atesina sono arrivati a prendere 550 euro, vi pare che una persona possa viverci? L’ispettorato del lavoro si è addirittura rifiutato di controfirmare l’accordo dei sindacati con Atesia che prevede una specie di condono di più di 300 milioni di euro! Rifondazione e i sindacati stessi invece l’hanno accettato, quell’accordo. Siamo riusciti, però, attraverso la nostra lotta a far sì che il contratto a progetto non venga più applicato. E se anche spesso in azienda abbiamo creato un’atmosfera pesante solo per il fatto di aver provato a reagire, abbiamo creato un esempio di lotta possibile per tanti altri luoghi di lavoro.