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Festa di Roma. I film in concorso, la penna e la maschera.





26/10/2007 13:10a cura di Daniele Sesti

La penna e la maschera: sono questi i due elementi che hanno caratterizzato i 15 film in concorso presentati alla II Festa Internazionale del Cinema di Roma. La scelta, felice, dei selezionatori è caduta su opere che affidano la loro fortuna ad una rigorosa scrittura in fase di genesi e ad una cura particolare in fase interpretativa.


La penna e la maschera: sono questi i due elementi che hanno caratterizzato i 15 film in concorso presentati alla II Festa Internazionale del Cinema di Roma. La scelta, felice, dei selezionatori è caduta su opere che affidano la loro fortuna ad una rigorosa scrittura in fase di genesi e ad una cura particolare in fase interpretativa.






Una solida sceneggiatura spesso nasce dall’esigenza di portare sugli schermi storie che prediligono l’aspetto contenutistico a discapito di temi leggeri e più conciliatori. E quello dei contenuti è decisamente una caratteristica comune delle opere in concorso. Il pregiudizio razziale in La giusta distanza, il tema della memoria per gli scampati dalla persecuzione nazista in Fuggitive Pieces, il dramma dell’infertilità nel divertente e commovente Juno, la paura della verità in Reservation Road, le nostre paure ancestrali nel film di animazione Peur(s) du Noir, la solitudine dei personaggi di Barcelona, un Mapa, l’emarginazione dei “diversi” nel poetico film cinese Li Chun - And The Spring Comes , la nevrosi del personaggio interpretato dall’eccezionale Isabelle Huppert in L’amour Caché. Anche nei film meno riusciti, come ad esempio il francese Le Deuxième Souffle o la coproduzione iraniana - giapponese (!) di Hafez, si possono cogliere spunti che inducono a riflessioni non banali. Nello specifico, mi riferisco alla paura di invecchiare del protagonista del film di Alain Coirneau o all’amore impossibile dei protagonisti del lavoro del regista iraniano.

I film in questione, dunque, sono il frutto di un elaborato e maturo lavoro effettuato in fase di scrittura che si riverbera poi in dialoghi quasi mai banali ed, anzi, in alcuni momenti illuminanti (per tutti, i monologhi interiori di L’amour caché o i dialoghi degli inquilini dell’appartamento spagnolo di Barcelona, un Mapa). D’altronde, la povertà dei mezzi a disposizione (ad occhio, credo che le spese affrontate per la produzione di tutti questi film non raggiungano le somme necessarie per la realizzazione di un classico blockbuster hollywoodiano) necessita, per lo meno, della solida impalcatura di un soggetto e di un suo coerente sviluppo che sostengano le sorti di film nati nella mente dei loro autori e non nei portafogli di una facoltosa major americana. Qualità che si individuano anche in Reservation Road il film probabilmente con il budget più alto considerato il cast che vi partecipa.

Ma il risultato positivo di una sceneggiatura ben scritta non potrebbe raggiungere il suo apice senza interpreti capaci di esprimerne anche le pieghe più nascoste. La maschera, dunque, fondamentale per la riuscita di un film. Attori ed attrici che nobilitano l’opera grazie ad un approfondito livello di introspezione, alla misura della loro prova, all’ispirarsi ad una cifra interpretativa che punta soprattutto all’espressività di uno sguardo, all’efficacia di una battuta sussurrata o alla forza prorompente di una frase non detta. Oltre alla già citata Isabelle Huppert, rimangono impressi nelle nostre menti di critici e di spettatori alcuni momenti nei quali ci si rende conto di quanto il lavoro dell’attore sia fondamentale nella riuscita di un film. Opere come ad esempio Li Chun - And The Spring Comes non sarebbe stata la stessa senza Jiang Wenli, la brava e bella attrice cinese, imbruttita nell’occasione. Così come la prova della commovente e pungente Ellen Page, la protagonista di Juno che informa tutto il film della sua presenza (A proposito, tenete d’occhio questa ragazza dalle enormi potenzialità). Il dolore di Joaquin Phoenix nel ruolo del padre in Reservation Road, la dignità di Ahmed Hefiane in La giusta distanza, l’ingenuità di Gabriel Garcia Bernal nel film dell’argentino Babenco El pasado, la coralità degli attori di Barcelona, Una mapa, l’epos della star giapponese Tadanobu Asano nel ruolo del giovane Gengis Khan (Mogol), la struggente malinconia di Stephen Dillane in Fuggitive Pieces: momenti che ci hanno accompagnato in questa lunga cavalcata romana. 15 film in 8 giorni per i quali, sono in poche occasioni, abbiamo avuto l’impressione di perdere il nostro tempo.