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Malick: vai avanti tu che a me vien da ridere





26/10/2007 12:10a cura di Boris Sollazzo

“C’è aria di leggenda” dice Mario Sesti, solitamente refrattario all’enfasi. Ha ragione. La sala Petrassi è piena e ancora nessuno crede al fatto che Terrence Malick l’invisibile (di lui non girano foto, o quasi e i cinefili lo ricordano solo in un cammeo del suo splendido film La rabbia giovane) si presenterà all’incontro con il pubblico. Mille raccomandazioni, pubblico e giornalisti “terrorizzati” a dovere fin dalla conferenza stampa di presentazione della sezione Extra, con moniti quasi divini “Non fate domande, non fate foto, state in silenzio!”, tutto questo per fare apparire il regista più rarefatto, in tutti i sensi, della storia del cinema. Un maestro che fa della perfezione etica ed estetica la sua cifra, tanto maniacale da aver portato a termine solo cinque film in 38 anni di carriera: Lanton Mills, La rabbia giovane, I giorni del cielo, La sottile linea rossa e The new world. Pochi, si, ma capolavori. Restiamo in attesa dell’Albero della vita (dato dagli ottimisti in pista già nel biennio 2008-2009).


Tra le tante condizioni dell’incontro c’è che si parli solo di cinema italiano, amatissimo dal cineasta, che negli ultimi mesi, come ci ricorda Antonio Monda, ha ripassato con la solita abnegazione insieme alla moglie Alexandra. Il pubblico, emozionato e ammutolito, rimane stupito quando viene proiettata la prima clip scelta dal regista texano: Totò a colori e, a seguire, I soliti ignoti. Rivedendo Dante Cruciani, il timido e riservatissimo Terrence se la ride. “Totò è pieno di vita, come Buster Keaton però, è anche malinconico. Erano poche le sue immagini reperibili negli Stati Uniti, per un periodo il suo unico film che circolava nel nostro paese era proprio I soliti ignoti. Mi stupisce ancora oggi come la critica non lo abbia apprezzato in vita, ma sono felice della grande rivalutazione attuale. Pensate a Keaton: è avvilente che ora nessuno lo ricordi”.






Davvero insospettabile questa passione per l’umorismo, confermata anche dall’amicizia con Benigni. “Roberto prosegue questa grande tradizione di comicità con vena melanconica. E’ l’erede di Charlie Chaplin, Buster Keaton e Totò”. Passa quindi a Germi, con Sedotta e abbandonata. “Scopriamo un sistema di valori antico, fondato sull’onore. Qualcosa di lontano da noi, eppure ci coinvolge e diverte. Un umorismo non da risata sguaiata, ma che dà calore. L’ironia attuale, invece, non ammira niente e nessuno, imbratta e basta”. Si illumina quando viene citato Marcello Mastroianni. “Non appena entra in scena Marcello Mastroianni in Divorzio all’italiana, agghindato con vestaglia, brillantina e bocchino, si illumina la scena, si spande quell’umorismo che ti riempie la vita”.

Viene poi proiettata la scena dell’altalena dello Sceicco bianco di Federico Fellini, forse una delle sequenze più celebri del cinema italiano. “Alberto Sordi lo adoravo, era un grandissimo, ti travolgeva, ti riportava all’infanzia, ti faceva dimenticare tutto”. Il pubblico è rapito e sorpreso: “il più grande poeta della nostra generazione” (definizione di Michael Cimino) ama ridere. Dal suo cinema non s’era mai capito. Sembra più nelle sue corde la splendida scena finale del Posto, di Ermanno Olmi. “E’ un capolavoro. Amo questo film anche perché mi riporta a quella sensazione che da ragazzi proviamo tutti: il mondo si rimpicciolisce attorno a te e ti intrappola. E l’attore protagonista comunica questo con forza e grazia, lasciando anche una fiammella di speranza”.

Con abilità Sesti e Monda da questa lectio magistralis sul cinema italiano riescono saltuariamente a deviare, per parlare del cinema e della carriera del cineasta, argomento da lui temutissimo. Quasi tenero il ricordo degli anni della New Hollywood. “C’era un circuito universitario e alternativo che ci permetteva di vedere i film europei. Erano una finestra sull’ignoto, un’ispirazione, una straordinaria scoperta. In quegli anni ho amato molti film europei, ma dire qual è il migliore è impossibile: sarebbe come scegliere una sola stella in tutto il firmamento”. Dei film dei suoi compagni di viaggio di quegli anni racconta che “…era impossibile essere obbiettivi, era come se i film fossero di un cugino, di uno di famiglia. Più che critico, il nostro era sempre un parere fraterno”. Rivela di essere stato in Bolivia, come reporter sulle traccia di Che Guevara. “Ma di quelle vicende non capii mai molto, così nonostante l’immenso lavoro non scrissi mai l’articolo per il New Yorker”.

Il cammeo nella Rabbia giovane, invece, nasce da un banale contrattempo. “L’attore non si presentò. Lo aspettammo a lungo, poi per gioco cominciai a recitare io. Martin Sheen mi costrinse, quasi col ricatto, a farla sul serio, aveva deciso che era molto meglio così”. Forse anche per questo gli attori lo adorano. “Sono loro ad essere molto generosi con me, nell’interprete amo la forza, la vitalità. Scrittura e attori sono fondamentali in un film”. E’ guardingo Terrence, tutti vorrebbero sapere molto di più. Un peccato che tanto talento sia ingabbiato da un pudore così grande. Ma l’incontro c’è stato: la vera perla della seconda edizione della Festa del Cinema, la cosa che nessuno dimenticherà. Entrerà nella storia. Anzi, nella leggenda.