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L'inafferrabile sguardo di Malick alla Festa del Cinema





26/10/2007 10:10a cura di Italo Rizzo

Un incontro prezioso e a lungo sospirato con uno dei più grandi registi contemporanei, lo schivo Malick, illumina la seconda edizione della Festa rivelando la sua passione per il cinema italiano


Tra tutti gli incontri che si sono svolti in questa kermesse, segnata dalle polemiche, dalle tante defezioni e dalle altrettanto numerose conferme sul red carpet, da sorprese inaspettate e da notevoli cadute di tono, questo è senz’altro il più singolare, il più lontano dai clamori e il più vicino al cuore del cinema: lo sguardo intenso e calibrato di un autore la cui invisibilità corrisponde all’imponenza maestosa dei suoi film.





Terrence Malick ha accettato di farsi intervistare a condizione di non essere fotografato, che non fossero previsti interventi del pubblico e infine che il tema fosse il nostro cinema e l’influenza che ha avuto sulla sua formazione.

La conversazione, avvenuta in un’affollatissima sala Petrassi, è stata un’occasione unica per ascoltare Malick, che ha voluto omaggiare, in punta di piedi, autori apparentemente distanti da lui, i padri della commedia all’italiana.
Sono state selezionate cinque sequenze che hanno consentito a Malick di ricordare quattro grandi attori: Totò ne I Soliti Ignoti di Monicelli e in Totò a Colori di Steno, Saro Urzì nell’indimenticabile interpretazione di don Vincenzo in Sedotta e Abbandonata di Germi, Alberto Sordi ne Lo Sceicco Bianco di Fellini e al termine un frammento finale de Il Posto, secondo lavoro di Olmi, con protagonista Sandro Panzeri.

Una scelta per nulla prevedibile, che ci mette in contatto con uno sguardo “altro”, quello del regista nativo dell’Illinois, che ci aiuta a ri(n)tracciare i sentieri di quello stile cinematografico che forse, come spettatori italiani, abbiamo sottovalutato.
Sono il calore della comicità di Totò, l’innocenza e l’amore per gli umili espressa da Olmi, la levità genuina di Sordi e la travolgente irruenza di Urzì a svolgere la funzione, per Malick, di trascendere il dolore.
Quest’approccio prende le distanze dal cinismo di molti autori contemporanei e ci svela un aspetto di Malick poco noto, proprio di un carattere sereno e pacificato.

Nel corso dell’intervista c’è stato modo di affrontare anche altri temi, curiosità e leggende che ruotano intorno a questo autore così poco prolifico (quattro film in 35 anni) quanto fecondo nelle sue visioni.
Con la consueta ritrosia, Malick ha sorvolato sulle questioni riguardanti il rapporto con gli attori (si dice che in molti avrebbero rinunciato al compenso pur di lavorare con lui) e sullo stile registico, mentre ha confermato di essere stato in Bolivia come reporter subito dopo la morte di Che Guevara.
Ha altresì ricordato con grande affetto La Rabbia Giovane, il suo primo film, e il protagonista Martin Sheen, allora sconosciuto e scritturato quasi per caso.
In questo esordio, del quale è stato proiettato un estratto, appare curiosamente anche Malick in un ruolo minore, anche qui per una casualità, l’assenza di un attore all’ultimo momento.

Tutti questi elementi sono legati da un sottile filo rosso: la sensibilità e la precisa volontà di Malick volta a realizzare un cinema in cui la natura è protagonista e lo sguardo rivolto ai suoi abitanti è sempre carico di pathos, di un’umanissima pietà che non ha pari altrove.
L’intervista si conclude come fosse un incontro privato: il regista meno glamour che si possa immaginare torna dietro le quinte, non prima di aver visto la proiezione, nella sala accanto, del film di Sean Penn, un’altra anima ribelle. Quando si dice affinità elettive.