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Bertolucci: Sergio Leone era un talento, ma non aveva Nouvelle Vague





22/10/2007 10:10a cura di Teresa Lavanga

La conversazione con Bernardo Bertolucci è una di quelle esperienze che restano indelebili nella memoria, difficili da dimenticare. Il carisma e lo spessore, artistico e umano, del grande maestro traspaiono già dalle scuse con cui inizia la sua “lezione” di cinema.


“Mi scuso perché dovrò essere autoreferenziale, ma non posso parlare del cinema, senza parlare della mia esperienza personale” afferma prima di iniziare a raccontare la sua storia (e una buona fetta di quella della nostra cinematografia) seguendo una sequenza temporale che parte con il ricordo dei primi lavori fino ad arrivare alla realizzazione di Novecento, che verrà proiettato dopo la lezione.






“Per me il cinema inizia quando avevo 9-10 anni. Mio padre era un critico cinematografico e io avevo la possibilità di seguirlo a Padova per vedere alcune proiezioni. Guardavamo i film di guerra, quelli che contrapponevano i “musi gialli” agli americani, e poi guardavamo i film di “cappelloni”, i western. Tornato a casa, con gli altri bambini reinterpretavamo le storie, soprattutto i finali, che spesso erano violenti. Io volevo essere sempre la vittima, quello che alla fine viene ammazzato, ma non volevo essere un cattivo. Ero una vittima buona!”.

Il racconto di Bertolucci prosegue, con il trasferimento della sua famiglia dalla provincia padana a Roma. “Il trasferimento nella capitale coincise con una maggiore frequentazione dei cinema. Vedevo di tutto, film americani, noir, i film di Rascel. Divenuto più grande, iniziò la “scuola”, ossia la visione consapevole di tutti i classici, da Lang a Eisenstein. A sedici anni ho realizzato il mio primo lavoro La Teleferica, seguito da La morte del maiale, che fornirà molti spunti a Novecento”.

“Oggi i giovani sono più fortunati, perché hanno maggiori possibilità di fare cinema, hanno più strumenti più attrezzature, ma i loro film nascono nel presente e si fondono con il presente, non hanno rimandi al cinema classico. Il movimento dei cento autori, di cui faccio parte, dovrebbe promuovere non solo una nuova legge che sostenga finanziariamente il cinema, ma anche la diffusione dei classici della cinematografia mondiale. Non è possibile che in Italia non ci sia un istituto simile a National Film Theatre di Londra, dove viene costantemente proiettata la storia del cinema”.

“La svolta arriva a diciotto anni, quando vedo La dolce vita ad una proiezione per “amici” che Fellini aveva organizzato per Pasolini, mio padre ed altri, in anteprima, per avere un aiuto contro la possibile censura di cui si parlava. La versione del film che vidi era in presa diretta, con le voci originali che parlavano lingue diverse, e mi diede un’emozione tale che fece letteralmente esplodere il mio desiderio di fare cinema”.

Proseguendo nel suo racconto, Bertolucci focalizza l’attenzione su un altro momento fondamentale della sua vita di cineasta, la scoperta della Nouvelle Vague.
“Dopo la Dolce vita arriva la Nouvelle Vague. Fu un vero colpo di fulmine perché mi sembrava che il cinema, nato muto come tutti i bambini, avesse prima conquistato la parola con il sonoro, poi un maggiore realismo con il colore si apprestava, con questo movimento, a conoscere finalmente sé stesso. Non so scegliere fra i vari registi di questa corrente, sono tutti ugualmente importanti. Le loro opere andavano contro le regole del cosiddetto “cinema dei papà”, come loro chiamavano il cinema “classico”. Usavano un montaggio che non rispettava le regole del montaggio, un’illuminazione che andava contro i canoni dell’illuminazione e così via”.

Gli anni passano, e nel 1961 Pasolini, amico di famiglia nonché vicino di casa (“scendevo spesso, dal quinto piano dove abitavo io, al primo piano, dove abitava Pierpaolo, per chiedergli cosa pensasse di un certo film, di una mia idea e cose del genere”) propone al giovane Bernardo di fargli da aiuto regista sul set di Accattone.
“La proposta mi entusiasmò molto, ma io gli dissi subito che non avevo mai fatto un film. Lui mi rispose: nemmeno io! Mi sentivo fortunato. Lui amava i primi piani dei papponi romani, che avevano una sacralità paragonabile alle pale d’altare senesi, mentre non amava Eisenstein, che trovava molto formalistico. Mi piaceva vedere come lavorava, perché lui ha inventato un nuovo modo di fare cinema, così come con la sua poesia aveva inventato un nuovo modo di fare poesia. Quando gli parlai di A bout de soufflé, rimase perplesso, dopo qualche giorno mi disse che era andato al cinema a vederlo e che i suoi amici avevano riso molto! Dopo qualche anno però scrisse da qualche parte “come in un film di Godard”, si era convertito. Godard era arrivato anche a Pasolini”

“A 21 anni ho potuto dirigere La comare secca, su un soggetto di Pasolini. Ero il più giovane membro della toupe. Fu un’esperienza entusiasmante, anche se quasi onirica. Ero come in trance. La cosa interessante di questo film di genere, che parlava del sottoproletariato romano, dei ragazzi di vita, fu la conquista della mia identità. Potevo finalmente fare un film in un linguaggio che sentivo molto vicino. Ho riempito quel film di Nouvelle Vague, anche se la storia era tipicamente pasoliniana; mi sono abbandonato al movimento, che è presente sempre nei miei film, anche quando ci sono piani fissi. Il movimento inteso anche come un minimo sussulto della camera, che permette di allontanare o avvicinare l’oggetto d’amore”.

Continuando la sua narrazione Bertolucci ricorda che dal ’63 fino al ’68 non fece film. “Versavo in uno stato di angoscia e furore. Pensavo che se avessi proposto dei western o delle commedie avrei facilmente trovato i soldi per fare, dopo, quello che più mi piaceva, ma non riuscii a cedere ad un genere di cinematografia che non sentivo mia”.
“Non ho mai amato la commedia all’italiana, una volta l’ho detto pure a Dino Risi. Poi, nel 1967, Sergio Leone mi chiama una sera e mi chiede come mai io fossi andato alla prima de Il buono, il brutto e il cattivo. Rimasi sorpreso, perché non capivo come facesse a sapere che ero andato a quella proiezione. Mi disse: “ero in cabina!”. Io gli dissi che trovavo i suoi film interessanti, e per colpirlo gli dissi anche che mi piaceva come filmava il didietro dei cavalli. Lui mi disse: “scriverai il mio prossimo film”. Fu così che dopo qualche tempo io e Dario Argento iniziammo a lavorare alla sceneggiatura de C’era una volta il west.
Sergio aveva talento, ma non aveva Nouvelle Vague. Allora io cercai di introdurla nel film, grazie a costanti citazioni. Dopo che il film fu realizzato, confessai tutto a Sergio, il quale mi spiazzò dicendomi: “Conoscevo tutte le citazioni che hai inserito!”.

Il tempo passa, e alla fine degli anni ’60 Bertolucci si rende conto che “il mio cinema era stato sempre un monologo. Ora però ero stufo. Volevo comunicare con il pubblico, volevo che il pubblico mi facesse arrivare la sua risposta, anche tramite gli incassi al botteghino. Ed ecco che arriva, quasi per sbaglio Ultimo tango a Parigi. Avevo molti dubbi circa questo film, mi chiedevo se la storia di un “vecchio” triste sarebbe risultata interessante. Invece è stato un successo che mi ha riempito nel mio bisogno di dialogo. Tutti lo avevano visto, tutti ne parlavano”.
“Fu proprio il successo di questo film che mi permise di realizzare Novecento. Prima del successo di Ultimo tango a Parigi nessuno avrebbe finanziato il progetto di un film politicamente preciso, dedicato al PCI (che però lo rifiutò, a parte quei giovani di allora che oggi mi hanno invitato qui!)”.

Descrivendo Novecento, Bertolucci afferma che “rappresenta il momento in cui mi sono allontanato dall’idea autoriale secondo la quale il film è fatto da una sola persona. La pellicola ha assorbito la creatività di tutti coloro che erano presenti sul set, dagli attori ai tecnici.
Con Novecento ho in un certo senso rivissuto quelle emozioni che avevo provato la prima volta che avevo visto La dolce vita. Tutti parlavano una lingua diversa, ma tutti si capivano. C’erano i contadini che parlavano in dialetto, De Niro in inglese, Depardieu a volte in francese altre in inglese, altre ancora in italiano”.
Guarda l’orologio e dice: “ma che ore saranno? Credo che sia ora di finirla”. Un applauso scrosciante si alza dalla platea incantata.