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Coppola: Kurtz, Matei, Preston Tucker e Michael Corleone sono io





21/10/2007 17:10a cura di Boris Sollazzo

Il clan Coppola è a Roma. Francis quando fa le cose, le fa in grande. Qui si è portato quella che Mario Sesti, il direttore della sezione “Extra”, ha definito “la famiglia con il più alto tasso cinematografico del mondo”. Sofia, la regista e Roman, che ha diretto la seconda unità nel film che il papà ha portato a Roma, Un’altra giovinezza tratto dal romanzo breve dello storico delle religioni Mircea Elide. C’è anche Eleanor, la compagna di una vita, ben 43 anni di vita insieme. Proprio la moglie, già autrice del documentario-capolavoro su Apocalypse now, ha portato, primizia assoluta per la Festa, un backstage sull’ultima opera del marito, una bellissima ora di vita sul set e riflessioni sulla vita. Vediamo il mitico rito propiziatorio “Poowaba!” ma anche un Tim Roth sempre impassibile ma felice, scoprendo molto di uno dei registi più grandi della storia del cinema. L’amore per il suo lavoro, le sue insicurezze, i suoi ideali, qualche segreto… e soprattutto la forza delicata con cui persegue i suoi obiettivi, la stessa che usa con la macchina da presa. Occhi e orecchie sono tutte per lui, Francis Ford Coppola.


Tanto è educato ma distante nella conferenza stampa, quanto caldo e disponibile nell’incontro con il pubblico. A condurlo, con il già citato Mario Sesti insieme ad Antonio Monda con la loro collaudatissima formula: clip delle loro scene preferite scelte insieme all’autore e domande serrate. La prima sequenza è della Conversazione, Palma d’Oro e film cult con Gene Hackman. “E’ la mia concezione del cinema- esordisce con una battuta- fare grandi film per gli studios per poi fare quelli che più desidero. La conversazione l’ho potuto fare solo per -e dopo- il successo del Padrino. La Settima arte è questo: ci vuole l’intrattenimento ma anche le grandi opere artistiche, altrimenti sarebbe come se le industrie farmaceutiche producessero solo il Viagra e nessun altra medicina, esclusivamente perché vende di più”. Risate, applausi, sono passati 10 anni dall’Uomo della pioggia, è il suo grande ritorno.






Immancabile una sequenza da Il padrino, anzi, due: Al Pacino che scopre il tradimento di Fredo e il passaggio di consegne con Marlon Brando. “Ricordo lo scetticismo dei produttori, mi dicevano che era un film troppo cupo, sbagliato, noioso. E poi è diventato quello che sappiamo. Devo ringraziare gli attori e gli sceneggiatori, il sale del cinema. Tra questi John Cazale [Fredo – N.d.A.], mi manca, è morto 30 anni fa, era un grande attore”.

Apocalypse now suscita un’ovazione. “Pensavo di fare il classico film di guerra, ultra hollywoodiano, poi mi è sfuggito di mano. Attori come Dennis Hopper, il copione di John Milius e George Lucas. Una sintesi quasi perfetta ed è diventato un “mio” film nonostante i grandi mezzi”. Allora raccontò e sbugiardò la guerra in Vietnam, ora forse dovrebbe farlo per l’Iraq. “Credo che ora serva tutt’altro. Un cinema pacifico per mostrare come dovremmo vivere, non serve più far vedere la guerra”.

Un suo film minore, un piccolo gioiello, viene mostrato nel suo finale “profetico”. E’ Tucker, un uomo e il suo sogno, storia di un visionario con una grande idea che sfida i colossi multinazionali. Proprio come Coppola con la sua produzione Zoetrope nel cinema delle major. “Preston Tucker sono io? Molti sostengono che sia anche Kurtz il pazzo e persino il calcolatore Michael Corleone. E naturalmente anche il mio ultimo protagonista, Matei, vecchio che vorrebbe tornare giovane. Come me, non nascondo che vorrei tornare un regista giovane. E’ tutto vero, sono tutti loro, ognuno lavora con il materiale che ha: il mio sono io”. Coppola, le cui origini italiane sono note, omaggia poi il nostro cinema. La clip a sua scelta, infatti, è tratta dalla Dolce vita. “E’ il film che mi ha convinto a fare questo lavoro. Fellini era un genio assoluto. Pensate a quest’opera: lui ha catturato un’epoca, ha saputo raccontarla e farla passare alla storia. Era il tempo di un grande cinema italiano, sono molti i registi che amo di questo paese: Rosi, Germi, Bolognini, Antonioni, che ha lasciato un vuoto enorme. Io, poi, ho anche avuto la fortuna di lavorare con un grande artista: Vittorio Storaro”. Da qui parte un album dei ricordi unico: il patriarca racconta del padre Carmine e dell’estate in cui spinse i figli a rappresentare una storia in un unico atto teatrale. Di una famiglia in cui successo e talento sono, da sempre, quasi un obbligo. E anche dell’America, a cui non ha mai risparmiato nulla nei suoi film. “E’ un paese che amo, che ha fatto dell’integrazione il suo punto di forza. Penso alle 140 lingue che si parlano a San Francisco. Certo, abbiamo molti problemi, ma grazie a questo immenso patrimonio tante possibilità e potenzialità”.