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Sophia Loren: eravamo io, De Sica, Mastroianni, Totò…





20/10/2007 18:10a cura di Boris Sollazzo

Gli incontri con i grandi, all’Auditorium, sono diventati una piacevole tradizione, durante l’anno. E la Festa del Cinema, nei suoi dieci giorni, ovviamente non vi ha rinunciato. La sezione “Extra”, in attesa del grande ritorno di Francis Ford Coppola (oggi), Bernardo Bertolucci e Gerard Depardieu (domani), l’inafferrabile (il vero colpaccio della Festa) Terrence Malick (il 24), ha ospitato ieri la madrina della Festa, colei che ha vinto l’Acting Award: Sophia Loren. Con Mario Sesti, direttore della sezione, non c’è Antonio Monda come per “Viaggio nel cinema americano”, ma Vincenzo Mollica per un “terzo grado” all’attrice che, nel contatto con il pubblico, ha svelato molti aspetti “gustosi” della sua carriera.


Emozionata, in tailleur nero e scarpe di raso rosso, da grande diva, sorride subito alla vista delle (esilaranti) sequenze de L’oro di Napoli.





“Ero agli inizi della mia carriera- racconta- ed ero, come sono tuttora, una persona molto timida, che faceva molti provini senza essere scelta. Un giorno incontrai De Sica nei viali di Cinecittà e mi invitò negli uffici della Ponti- De Laurentiis. Mi guardò, mi parlò e io speravo che non mi facesse un provino. Alla fine della chiacchierata disse: “compriamo un biglietto di treno per Napoli che questa ragazza farà il film”. Così iniziai”.
Ma la nostalgia è anche per l’uomo. “Con De Sica ci siamo visti anche fuori dal set. Adorava il mio napoletano, quello che lui aveva un po’ dimenticato. Me ne uscivo fuori con delle barzellette bellissime. E’ l’unico che ho frequentato, nel cinema, fuori dal set”.

E’ la volta di Mastroianni. “Lui arrivò insieme a Blasetti con Peccato che sia una canaglia. L’impatto fu bello: sembrava che ci conoscessimo de sempre. Avevo 16-17 anni e da allora non ci siamo più lasciati… fino a ieri”.
Impossibile non soffermarsi sui film leggendari che ha interpretato. “Matrimonio all’italiana è il film che tutti gli attori vorrebbero fare. Storia bella, romantica, meravigliosa. Molto più difficile fu Una giornata particolare. Sentii subito quel personaggio, era totalmente diverso da quelli che interpretavo normalmente per Vittorio, ma è di sicuro quello che amo di più”.
Mario Sesti non resiste alla tentazione di chiederle della famosa scena dello schiaffo, e delle scene d’amore appassionate quanto imprevedibili, tra una casalinga dimessa e un omosessuale. “I miei schiaffi, dentro e fuori dal set, sono sempre veri. Per le scene d’amore, noi credevamo profondamente nei personaggi. Devi farti trasportare dall’amore per loro, senza pensarci tanto”.

Ma Sophia è stata anche sullo stesso set di grandissimi come Charlot e Marlon Brando, quello de La contessa di Honk Kong.
“Il film è stato criticato, ma era carino, un gioiello. Charlie Chaplin? Se mi avesse dato l’elenco telefonico, io lo avrei recitato, solo per dire di aver fatto un film con lui! Per me, che vengo da Pozzuoli, lui e Walt Disney sono il cinema. Con Marlon Brando è stato più difficile. Fui costretta a tradurgli una ramanzina del regista per i suoi ritardi, Chaplin minacciò di cacciarlo, i due non si piacevano. Brando lo ammiravo molto come attore, ma a dir la verità non è che le commedie fossero il suo forte. E anche la voce…”.
Non ha paura, con la tipica schiettezza partenopea, di toccare i mostri sacri. “Le uniche difficoltà le ho avute nei miei inizi in America. Ricordo Cukor che voleva a tutti i costi impormi la recitazione cantilenante americana”.
Una stoccata anche ai critici non manca, quando Mario Sesti ricorda il grande apprezzamento di Martin Scorsese per Il declino e la caduta dell’impero romano.
“A volte i critici sbagliano, vedi quanto. Non era un brutto film, anche se non era nel mio modo di vedere la vita e il cinema. Un altro paese, un’altra lingua non ti fanno essere te stessa, anche se li conosci bene”. Erano anche le dimensioni, la grandiosità di quel cinema a metterla a disagio. “Lavorare con gli americani non è facile, impiegano tantissime risorse. Io preferivo Vittorio, il cinema sulle persone e i personaggi”.
Impossibile non ricordare Totò. “Lo incontrai in un teatro di posa. Lui aiutava molto, era uno davvero generoso. Mi guardò e mi chiese “ti muori di fame?”. Io risposi “No, qualcosa la mangio”. Mandò a prendere qualcosa da mangiare e poi mi regalò 100.000 lire. Ricordo ancora la gioia di mia madre quando gliele portai! Recitai con lui, diciassettenne, sempre per Blasetti. Lo adoravo: era napoletano come me e improvvisavamo a briglia sciolta”.

Dopo aver ricordato con ammirazione ed amore il lavoro con il figlio regista “un film bellissimo, lui mi conosce più di chiunque altro”, l’incontro con Carlo Ponti, l’altro figlio musicista, confessa un odio artistico insospettabile. “E’ vero, Meryl Strepp, molto carinamente, l’ho odiata. In Italia non mi è mai successo di vedere un film che avrei desiderato fare, in America sì. Perché ne I ponti di Madison County presero la Streep per fare un’italiana. Per di più mi imitava. E non presero me!”.
E’ tempo di confessioni. “Sono molto timida, solo mia sorella sa quanto soffro nel vivere il successo. Ma con il pubblico mi scaldo, con voi ora starei qui anche cinque ore”. Si chiude con il film peggiore. “Mortadella di Monicelli con Proietti, è uscito proprio male”. La Sala Petrassi è piena di addetti ai lavori e pubblico, in adorazione. Dopo tanti anni il cinema, la femminilità, lo star system è ancora e solo lei, Sophia Loren.